L'ondata di fango fa scivolare Silvio dalla scala per il Colle. Non poteva non sapere: ecco lo schema che Repubblica e l’Espresso rispolverano per demolire la premiership di Silvio Berlusconi. Qualcuno dice che la vera posta in palio di questa campagna è: far franare il Colle sotto i piedi di Silvio.

di Gianluigi Paragone

Berlusconi non poteva non sapere. Il teorema ricorda molto Mani Pulite: i segretari dei partiti non potevano non sapere. Allora erano i finanziamenti occulti, oggi è la gnocca. (Oddio, non che non ci abbiano provato pure con quelli). Il premier non poteva non sapere chi fossero quelle pulzelle portate da Giampaolo Tarantini. O che lui le pagasse. Non poteva non sapere: ecco lo schema che Repubblica e l’Espresso rispolverano per demolire la premiership di Silvio Berlusconi. È ormai un mesetto che questi due giornali non vedono altro che il retrobottega del Palazzo, i chiaroscuri e i miasmi. Il trappolone, lo avevamo chiamato. Ebbene, il trappolone si sta srotolando come da programma. Inchieste, pettegolezzi, spiate, donne, droga: gli ingredienti sono perfetti per cucinare a fuoco lento il nemico. Della politica non c’è traccia, c’è solo malafede. Tanta. Non so se Berlusconi sia “l’utilizzatore finale” (anche lì quante manfrine per una espressione intrisa di giuridichese) o solo un gran pisquano che s’è fatto infinocchiare ben bene. È certo invece che troppi indizi si stanno allineando in un ordine che non è casuale. Solo chi vuol fregare qualcuno si infila un registratore nel vestito per poi avere la prova di un qualcosa. Solo chi non è in buona fede, aziona il telefonino come fosse un arnese da agente 007: registrare, filmare, immortalare. Queste operazioni hanno un prezzo. Un prezzo che qualcuno si è preso la briga di saldare. “Una zoccola al giorno toglie Silvio di torno”, si diverte Dagospia, il sito di informazione che da anni parla il linguaggio di oggigiorno. Pornopolitik, la chiama Roberto D’Agostino come se la politica fosse confinata ai bordelli e agli scantinati. Se si cerca, la politica c’è anche oggi. È con le diverse idee di politica che il centrodestra è cultura dominante nel Paese. Ma che importa, quando l’unico obiettivo è cucinare una polpetta avvelenata?

 Dicono che Berlusconi sia uno stregone (lo appella così Giuseppe D’Avanzo su Repubblica), un incantatore di cervelli. Se così fosse allora pure Obama è un fesso caduto nella sua trappola, perché Obama è stato due ore con il premier italiano a parlare di politica e di questioni internazionali, trattandolo come interlocutore affidabile. I commentatori di Repubblica – lo abbiamo visto, lo abbiamo toccato con mano dopo la mission americana del premier – di politica non scrivono più: del resto quando lo hanno fatto hanno sbagliato ogni analisi e ogni previsione. Al contrario sono diventati i massimi esperti di etica e di morale all’ingrosso. Vogliono essere Marcel Lefebvre e Girolamo Savonarola insieme. E magari pure Robespierre. Obiettivo, far fuori il Cavaliere annusando rimasugli e scorie di vigliaccate tinteggiate a nuovo. Non una domanda sul perché in questo paese si possa fotografare in casa d’altri, registrare pezzi di conversazioni private, filmare l’arredamento e poi dire: o si fa come dico io oppure ti sputtano. Altrove lo chiamano ricatto, qui giusta rivendicazione.L’obiettivo è far fuori il premier. Il loro incubo da quindici anni. Dicono che dopo Patrizia e la new entry Barbara, ci siano altre donzellette disposte a raccontare ai giornalisti. O altre che verranno chiamate dai magistrati. Non doveva essere una inchiesta sulla Sanità, quella di Bari? Non so quanto durerà questa vicenda, non credo poco. Ogni fiato sarà utilizzato per allungare il discorso, ogni scatto per allestire una scena da vaudeville. La tecnologia e lo scollinamento della proprietà privata permetteranno a tutti di aggiungere una scena al copione. Snervarlo, logorarlo e umiliarlo: vediamo chi stavolta resta in piedi. «Io non mollo, vado avanti», continua a ripetere ai suoi, il premier. «Non ho nulla da nascondere. La trappola è evidente». La maggioranza non si scomporrà di fronte ai veleni, men che meno per lo svolazzare di quattro mutande. Ma il danno non si misura oggi. Si misurerà domani, quando cioè si nominerà il Capo dello Stato. Qualcuno dice che sia quella la vera posta in palio di questa campagna a metà tra stampa, finanza e politica: far franare il Colle sotto i piedi di Silvio. Ed evitare così che l’epopea berlusconiana si allunghi di altri sette anni. Non è un caso se gli stessi che marcano a uomo il Cavaliere, fanno il tifo per Gianfranco Fini (il quale è noto anche per l’obiettivo di arginare la Lega oltre che appunto far superare il Cavaliere). Se proprio questo Paese non vuole virare a sinistra, il leader dell’altra parte abbia il placet di certi ambienti economico-finanziari ed editoriali. Non ha torto Berlusconi quando in controluce continua a vedere «certi poteri forti che brigano per farmi fuori».

Contro il premier complotto della sinistra. Gli Italiani che vivono nei cinque continenti, non ne possono più. Ma anche gli italiani che vivono nel Bel Paese devono avere la nausea di un modo di intendere lo “scontro politico” che di politico ha solo il nome;  la tempesta di fango orchestrata da pezzi del Pd e da settori della magistratura. D`Alema come sapeva, quando parlava di  “scosse”.

di Ermanno Filosa Presidente Comites di Santo Domingo

 

 

 

 

Gli Italiani che vivono nei cinque continenti, non ne possono più. Ma anche gli italiani che vivono nel Bel Paese devono avere la nausea di un modo di intendere lo “scontro politico” che di politico ha solo il nome;  la tempesta di fango orchestrata da pezzi del Pd e da settori della magistratura e da una stampa asservita da intenti scandalistici continui, avvilisce tutti. Si assiste alla manovra di  chi la tira più grossa  questa manata di fango e di spazzatura, e l`unico risultato  è quello di rafforzare un senso di disgusto e noia verso il mondo della politica, e così i sentimenti dell`antipolitica  si fanno sempre più densi. Si sviluppa un torbido clima da post-democrazia. Il centrodestra  è forte politicamente ed elettoralmente, Berlusconi è un leader indiscusso. Il Pd deve essere in grado di misurarsi sul piano politico, non sul piano del gossip logorante. Ne sarà travolto. D`Alema come sapeva, quando parlava di  “scosse” e che bisognava “essere  pronti per assumersi  delle  responsabilità"?  Ha informatori nei settori della magistratura? Conosce i manovratori dediti ad  un continuo lancio di  spazzatura che viene  messa  sui giornali?  Siamo stanchi. Vogliamo conoscere le proposte politiche del Pd. Il Pdl ha conquistato decine di province e comuni, ed è il primo partito italiano in  Europa. Il Pd deve farsene una ragione. La gente non ne può più di tempeste mediatiche e di trame per screditare il premier Berlusconi, montate ad arte su veline e donne e interviste di donnine prezzolate. Siamo stufi, stanchi. Bramiamo un nuovo clima, una nuova maniera di concepire il confronto politico. Sembra un guerra tra bande, no  uno scambio di idee per risolvere i problemi urgenti. Gli italiani vogliono più soldi in busta paga, meno tasse, più sicurezza, emigrazione controllata, certezza del posto di lavoro, garanzia che i giudici non siano la lunga mano di partiti politici e  che non si prestino a manovre per alimentare una lotta politica senza criteri di sereno confronto politico. Gli italiani vogliono pace e desiderano guardare ad un Paese onorato nel Mondo. La sinistra ha contribuito a  danneggiare una grande immagine  dell'Italia nel mondo, e ha minato la forza del binomio inscindibile di giustizia sociale e libertà. Forse siamo tutti in pericolo. Avanza il clima più torbido  della post-democrazia. ! Il nostro Premier vada avanti, i complottisti saranno annullati dalle loro stesse trame. La politica è cosa seria , non luogo per tette vendute allo scopo di tramare  contro il Premier e gli interessi del Paese.

Chiusa l’ondata delle votazioni e dei ballottaggi è tempo di conti. E bilanci. Al centrodestra vanno 34 province, al centrosinistra 28. A conti fatti, dunque, in questa tornata il centrodestra ha conquistato 25 province senza perderne neppure una, il centrosinistra ne ha perse 22. Franceschini è comparso sui teleschermi per celebrare la vittoria del Pd e annunciare l’inizio del declino del centrodestra. Come fa Franceschini a parlare di vittoria? -7 alle europee, -22 province e -9 capoluoghi di provincia.

Guardiamo i numeri: si votava in 62 province. 50 le aveva il centrosinistra, 9 il centrodestra, 3 erano di nuova costituzione. Oggi il centrosinistra ne ha 28 e il centrodestra 34. A conti fatti, dunque, in questa tornata il centrodestra ha conquistato 25 province senza perderne neppure una, il centrosinistra ne ha perse 22 e si può consolare solo con la conquista della nuova amministrazione di Fermo. Fermo: un nome, un programma per un partito che da 15 anni non si muove dall’asse litigioso Veltroni-D’Alema. Per quanto riguarda i capoluoghi di provincia: si votava in 30 città. Il centrosinistra ne aveva 25 e ora ne ha solo 16, il centrodestra ne aveva 5 e ora ne ha 14. Di fatto il centrosinistra non ha conquistato nemmeno un capoluogo di provincia e in compenso ne ha persi 9, fra cui alcune roccheforti storiche, come Prato, dove fino a qualche anno fa sarebbe stata usata la camicia di forza per chiunque del centrodestra avesse anche solo ipotizzato un possibile ballottaggio. Cadono anche città importanti come Caltanissetta soprattutto Cremona. Oggi il Partito Democratico è praticamente espulso da tutto il Nord. Da Savona a Venezia, passando per Belluno e Cremona, il centrosinistra cede il passo e di fatto scompare: tolte le isole di Torino provincia e Padova città, l’intero settentrione, cuore pulsante e produttivo del Paese, è nelle mani del centrodestra. «Gli elettori hanno punito Berlusconi», ha commentato l’ex ministro Fioroni. E meno male: se questa è la punizione, il premio che cos’è? La sconfitta a Milano, per altro, ha dimensioni più ampie di quelle che appaiono a prima vista e perciò deve bruciare particolarmente al Pd. Filippo Penati era l’uomo di punta, il leghista di sinistra, lo sceriffo democraticamente corretto. Era un possibile esempio da imitare, una strada da seguire. Invece non ce l’ha fatta: ha sperato fino all’ultimo di conservare la poltrona d’oro. Gli è andata male. E gli è andata male nonostante l’elevato astensionismo e nonostante il fatto che dalla provincia di Milano è stata staccata la Brianza, zona da sempre a maggioranza berlusconiana. In teoria il centrosinistra nella nuova provincia di Milano versione ristretta avrebbe dovuto vincere facile: l’hinterland della metropoli, popoloso e popolare, da Sesto San Giovanni a Cinisello Balsamo, una volta non avrebbe tradito il Pd...

E questo è evidente anche dal fatto che ormai vacillano le zone tradizionalmente rosse. La clamorosa sconfitta al comune di Prato, per esempio, dove la crisi e l’immigrazione mettono in difficoltà i ceti più umili, dà il quadro esatto di un partito di centrosinistra ormai incapace di parlare con la propria gente. Il Pd si è arroccato fra Emilia e Toscana, come dimostrano le mappe della nuova Italia amministrativa, sempre meno chiazzate di rosso; è diventato una specie di Lega dell’Appennino, un partito locale sull’asse Bologna-Firenze. Ma anche nella ridotta tosco-umbro-emiliana è in crisi, subisce smacchi grandi e piccoli, umiliazioni inaspettate, come quella di Sassuolo, in quella terra che una volta era più rossa del pomodoro, e che ora diventa berlusconian-padana, o come Orvieto, dove la sinistra è stata spodestata dopo 60 anni di ininterrotto governo. Come è possibile che di fronte a una situazione del genere, Franceschini, possa dichiararsi soddisfatto? È chiaro: il segretario Pd s’è affrettato a cantare vittoria, sperando di ripetere l’exploit delle europee, quando riuscì, nelle prime ore a far passare una caduta vertiginosa (sette punti percentuali in meno) come un successo. Ma i numeri sono numeri: -7 alle europee, -22 province e -9 capoluoghi di provincia. Non si scappa: per il centrosinistra ci sono tanti segni negativi in questo risultato che per farli sparire non basterebbe nemmeno Houdini. Il leggenDario si rassegni: non è ancora all’altezza, anche se pure lui sta dimostrando di essere assai bravo a far sparire le cose. Come per esempio i voti e (se gli danno tempo) pure il Pd. Il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, esprime soddisfazione per l’esito dei ballottaggi alle elezioni amministrative per molti comuni e province e risponde con ironia al Partito democratico che, ieri sera, aveva parlato di "un'inversione di rotta". "Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così".

Il giorno del dopo voto. Esultano Bossi e Di Pietro. Cresce l'astensione, mentre i due principali partiti italiani (PDL e PD) perdono consensi. Molto bene Lega e Idv. Buono il risultato dei centristi, mentre la sinistra radicale non entra nemmeno nel Parlamento di Strasburgo. Il PdL si attesta al 35,2%, il PD al 26,1%. La Lega Nord sale al 10,2% e l'Idv all'8%. L'Udc è al 6,5%. La lista PRC-PDC si ferma al 3,38%, Sinistra e Libertà al 3,12%, la lista Pannella-Bonino al 2,4%. L’affluenza alle urne: l'Italia con 66,4% è la prima in Europa.

"Il voto delude il Pdl, in calo il Pd", titola in prima pagina il CORRIERE DELLA SERA di oggi. Il Pdl risulta in frenata, 35% lontano dal 40 previsto, la Lega nord invece vola verso il 10%. Molto bene anche l'Italia dei Valori (8%). Cala il Pd che si attesta al 26%. Restano fuori dal parlamento di Strasburgo, Marco Pannella e le due liste della sinistra radicale (Ferrero e Vendola) che non hanno superato lo sbarramento del 4%. In Italia l'affluenza si è attestata al 67%, il 5% in meno rispetto al 2004. All'Aquila non hanno votato 3 cittadini su 4. L'altro titolo in prima pagina è per la debacle europea della sinistra: "Per la sinistra europea una sconfitta storica"."Hanno mandato il Pd a quel Pais" titola IL GIORNALE in copertina e nell'occhiello spiega "La campagna elettorale al veleno non premia Franceschini: il suo partito perde 7 punti e precipita sotto il 27%. Caso quasi unico nella Ue, la maggioranza tiene: il Pdl cala del 2% rispetto alle politiche, ma la Lega cresce". Il titolo è anche l'incipit e la chiusura dell'editoriale del direttore che commenta «Nella solita confusione della notte elettorale l'unico dato che appare certo è il crollo del Partito democratico e la soddisfazione dei suoi leader nei primi commenti a caldo appare davvero surreale. Come si fa a essere soddisfati quando si crolla dal 33 al 26%?».Le foto - pubblicate appunto da El Pais- e i pettegolezzi non hanno pagato. Mario Giordano ragiona sul fatto che in Europa i partiti di governo  sono stati bocciati dagli elettori, ma il Pdl ha tenuto. E Mariateresa Conti analizza l'affluenza alle urne: l'Italia con 66,4% è la prima in Europa. Secondo le stime del Parlamento europeo la consultazione ha toccato il minimo storico  con il 43% di affluenza complessiva. Nel pezzo un cenno alla città dell'Aquila: ha votato il 27,6% contro il 73% del 2004. Ma è Cristiano Gatti inviato all'Aquila che racconta la storia di Dino Nardecchi impegato comunale  dell'ufficio elettorale comunale che ha messo in piedi 81 seggi. L'affluenza che Gatti dice del 28.8%  non è commentata in senso negativo «Ci manca tutto ma non abbiamo perso la speranza e il senso civico». Stefano Lippi da Noventa Padovana registra che "Il Pdl resta davanti ma la Lega perde la sfida del Veneto" e anticipa «Se La Lega batte il Pdl in Veneto sarà Luca Tosi a prendere l'eredità di Giancarlo Galan, presidente della Regione». Al panorama europeo sono dedicate le pagine 16 e 17 "La Sinistra va ko: eurosocialisti in via d'estinzione" con grafici di numeri e le sintesi delle vicende in Francia "Debacle socialista: gli ecologisti battono madame Aubry. "Tiene l'Ump di Sarko", Spagna "Zapatero soprapassato dai popolari. Il premier nella bufera perde le ultime chance di rimonta", Germania "Merkel in calo, liberali boom. I socialdemocratici al minimo storico: 21%" e Austria "Il Beppe Grillo" viennese Martin sfonda a sorpresa col 18%. Gli eredi di Haider mancano l'exploit".

Il G8 si farà a L'Aquila. Il governo ha dato via libera alla proposta di Berlusconi: spostare il G8 dalla Sardegna all'Abruzzo. A confermarlo è stato lo stesso premier al termine della riunione del governo, spiegando i motivi della decisione. Stati Uniti e Gran Bretagna hanno già fatto sapere di essere d'accordo. Non si sono ancora espressi invece Francia, Germania: Le decisioni sulla sede del summit del G8 spettano al governo italiano".

Il Consiglio dei ministri, che si è tenuto a L'Aquila, ha dato il via libera alla proposta avanzata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di spostare il prossimo G8 da La Maddalena a L'Aquila. A confermarlo è stato lo stesso premier al termine della riunione del governo, spiegando i motivi della decisione.
Innanzitutto ragioni di risparmio: "Per la gestione, per l'impegno delle Forze di polizia e delle Forze armate, delle capitanerie di porto, per una serie di altre opere che abbiamo approfondito, tutto questo comporterebbe una spesa superiore ai220 milioni di euro, 440 miliardi di vecchie lire". Il capo dell'esecutivo ha quindi ricordato "le polemiche e il tanto scandalo" fatto dall'opposizione per le spese derivanti dal mancato accorpamento del referendum con le europee, che, ha puntualizzato Berlusconi ammontano "a 50 milioni". "Ci siamo domandati - ha detto ancora il presidente del Consiglio - perché non utilizzare questi 220 milioni risparmiandoli per dare 220 milioni in più alla ricostruzione?". Berlusconi ha quindi spiegato che la scuola di L'Aquila della Guardia di Finanza che si estende su una superficie di 540 mila metri quadrati, è in grado di accogliere capi di Stato, le loro delegazioni e i giornalisti. Berlusconi ha poi ricordato che nei temi del G8 "c'è anche quello di proporre un lavoro comune per la prevenzione delle calamità naturali e per la gestione delle stesse: quale sede più appropriata di una terra ferita da un terremoto?". Quanto alla necessità di prevenire eventuali contestazioni violente, "non credo - ha proseguito il presidente del Consiglio - che i no global avrebbero la voglia, la faccia e il cuore di fare manifestazioni dure come quelle a cui ci hanno abituato in una zona colpita dal terremoto". E poi "La Maddalena era perfino troppo bella, avremmo perfino avuto l'ausilio di una nave che è l'ultima tra le navi di lusso e sarebbe stato un G8 non consono al momento che passiamo per la crisi economica e quindi abbiamo pensato che una gestione più sobria, come quella che potrebbe avvenire in questa struttura, sarebbe stata più consona con il momento".

Berlusconi ha quindi sottolineato la possibilità che i capi di Stato e di governo avranno di verificare "con un contatto fisico e diretto lo stato delle opere d'arte danneggiate dal terremoto per poter eventualmente intervenire con il loro aiuto". "Secondo me - ha insistito Berlusconi - può funzionare tutto benissimo, secondo la Protezione civile altrettanto, il ministro dell'Interno ha fatto anche lui uno studio per la sicurezza. Mi scuso da qui in conferenza stampa con il presidente della Regione Sardegna, ma non c'è stato modo di avvertirlo prima". Il presidente del Consiglio ha comunque puntualizzato che quanto realizzato già a La Maddalena sarà in grado "di ospitare qualsiasi tipo di evento internazionale" a cominciare da "un summit sull'ambiente in autunno chiesto dal presidente Obama che rientra nelle manifestazioni del G8". "La decisione politica" di spostare il G8 "è stata presa", ha spiegato al termine della riunione il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli. "Il G8 - ha aggiunto - non riguarda soltanto l'Italia, riguarda tutti gli Stati che parteciperanno. Il presidente del Consiglio dovrà consultare tutti i capi di Stato coinvolti".
E Stati Uniti e Gran Bretagna hanno già fatto sapere di essere d'accordo l'idea di spostare il G8 all'Aquila
. "So che il presidente Obama si è sentito con il presidente Berlusconi - ha detto Lisa Jackson, responsabile dell'Agenzia di protezione ambientale americana rispondendo a Siracusa, dove è in corso il G8 Ambiente, a una domanda sul trasferimento del vertice internazionale dalla Sardegna all'Abruzzo -. Se dovesse essere così, ci vorranno degli aggiustamenti". E Lynn Eccles, portavoce di Downing Street: "Abbiamo profonda solidarietà per il popolo italiano a seguito dei tragici eventi dell'Aquila e siamo ovviamente pronti ad aiutare l'Italia in ogni modo possibile. Le decisioni sulla sede del summit del G8 spettano al governo italiano".
Non si sono ancora espressi invece Francia, Germania
. Fonti diplomatiche dei due Paesi contattate ieri dall'Adnkronos sottolineano come "tempi e luoghi" del vertice degli otto grandi "spettino al Paese ospitante", responsabile dell'organizzazione, della logistica e della sicurezza del summit.

Forza Italia e Alleanza Nazionale, unione fatta. Riflessi in emigrazione. Il matrimonio fra Forza Italia ed Alleanza Nazionale è stato solennemente contratto. L’addio al “celibato” dei due singoli partiti è avvenuto senza rimpianti e ripensamenti. Alleanza Nazionale è entrato a far parte della grande famiglia azzurra e tutti gli ex grandi leader AeNnini pare che facessero a gara per stare vicini a Silvio Berlusconi.

 

 

 

La foto di gruppo, durante l’esecuzione dell’inno di Mameli, è eloquente e plateale. Il grande assente: Gianfranco Fini. Proprio colui che ha reso possibile questo matrimonio. Sembrerebbe quasi che abbia accompagnato sull’altare la sua AN e consegnata con tutta la dote a Berlusconi. Nella dote ci sono però anche quei numerosi comitati tricolori che hanno contribuito a determinare e scrivere la storia degli italiani all’estero, dall’Europa all’America e all’Australia. Ovunque la realtà dei comitati ha dovuto fare i conti per almeno 40 anni con le forti aggregazioni del centro-sinistra. Basti pensare alle Acli, Filef, Faieg, Fernando Santi e Unaie, tutte sigle di associazione di famiglie italiane all’estero imparentate con i vecchi partiti, comunisti, socialisti, socialdemocratici e democratici. I comitati tricolori erano figli dell’allora Movimento sociale che con il loro portabandiera Mirko Tremaglia nel corso di quasi mezzo secolo hanno seguito e compiuto insieme tutto il percorso di trasformazioni definito poi da Fini nel celebre congresso di Fiuggi. Però al matrimonio fra Forza Italia e Alleanza nazionale, a Tremaglia, padre indiscusso del voto agli italiani all’estero, non è stato riservato alcun posto d’onore. Ha dovuto imporsi per far aggiungere in appendice al documento congressuale un ordine del giorno col quale si sottolinea il ruolo degli italiani all’estero e la grande risorsa che essi hanno costituito e costituiscono tutt’ora per l’economia e per la diffusione della lingua e cultura italiana. Purtroppo, forse solo Fini era ed è consapevole di questo. Lo ha dimostrato anche come Presidente della Camera dei deputati col suo solenne discorso di apertura del convegno mondiale dei giovani italiani nell’Aula di Montecitorio nello scorso mese di dicembre. Non altrettanto consona è invece la politica che viene attuata dall’attuale governo a favore dell’emigrazione. I danni che i tagli dell’oltre 50% dei contributi apportati quest’anno ai capitoli del ministero degli esteri e sottoscritti dal sottosegretario Mantica (AN) per gli italiani all’estero sono sotto gli occhi di tutti. Ora i rappresentanti dei vari comitati tricolori e circoli azzurri hanno grosse difficoltà nei contatti quotidiani con i connazionali all’estero a giustificare il colpo di mannaia inferto dai propri amici di scuderia. Tuttavia queste due realtà, quella dei comitati tricolori radicati sul territorio e quella, più virtuale, degli azzurri dovranno cominciare a convivere e a darsi una nuova comune identità. Non è facile trattandosi di due storie diverse. I militanti faranno molta fatica a fondersi all’estero. La buona volontà pare che, almeno qui in Germania, vi sia. Le condizioni sono invece ancora tutte da definire.

Muore Alleanza Nazionale, nasce il partito del Popolo della Libertà. Silvio Berlusconi vede compiersi la rivoluzione liberale avviata nel 1994. Assicura al Paese di essere prossimo a uscire dalla crisi economica, senza lasciare "nessuno indietro". Berlusconi ha oggi sintetizzato il percorso della sua rivoluzione liberale.

Silvio Berlusconi vede compiersi la rivoluzione liberale avviata nel 1994, vede avanzare il progetto politico che lui stesso definisce "il berlusconismo", indica i prossimi passaggi per il successo di tale rivoluzione ad iniziare dal cambiamento dei regolamenti parlamentari. Il suo intervento di chiusura del primo congresso del Popolo delle libertà (Pdl), che lo aveva da poco eletto presidente, non è rivolto al partito, ma soprattutto al Paese, come costume del Cavaliere. Il discorso di questa mattina è stato l'intervento del presidente del Consiglio che assicura al Paese di essere prossimo a uscire dalla crisi economica, senza lasciare "nessuno indietro", che indica i punti del programma già realizzati e quelli che restano per il prosieguo della legislatura. Chi si aspettava una risposta all'intervento di ieri di Gianfranco Fini, che aveva invocato una linea del partito in materia di riforme istituzionali, è rimasto deluso. Berlusconi non gli ha risposto non perché è venuto meno al galateo politico congressuale, ma perché il suo intervento è stato su un altro livello e mai, nemmeno per un attimo, si è lasciato costringere dietro i confini di un partito, per quanto grande sia (al 44%, secondo i sondaggi di ieri sera, ha detto lo stesso Cavaliere confermando che il Pdl punta a superare il 51%). Berlusconi ha oggi sintetizzato il percorso della sua rivoluzione liberale: "Possiamo, dobbiamo costruire insieme per i nostri figli un nuovo miracolo italiano" che ruota attorno a due valori di fondo, popolo e libertà, ha detto dal palco della nuova Fiera di Roma.
Il programma di questo berlusconismo ora prevede la riforma dei regolamenti parlamentari, poi la riforma della seconda parte della Costituzione, soprattutto per dare maggiori poteri al presidente del Consiglio. Ma questa è una riforma che, ovviamente, non può fare lo stesso capo del governo. E' compito del Parlamento e "i nostri capigruppo stanno lavorando su una proposta e su di essa chiederanno il consenso della maggioranza [di tutta la maggioranza, compresa la Lega, dunque] e si confronteranno con l'opposizione", ha detto Berlusconi. E' evidente che nel programma del "berlusconismo" questo appare uno dei contenuti della "rivoluzione liberale": un modo diverso e del tutto nuovo di fare politica, plebiscitario e che si rivolge direttamente al popolo, popolo interpretato autorevolmente e in forma carismatica dal leader. Berlusconi ha detto che il Pdl "sopravviverà ai suoi fondatori": è stato l'unico momento in cui lo spettro della successione al Cavaliere si è palesato, seppure restando in penombra, sul palco del congresso. Ma non pare un tema dell'oggi e del domani prossimo. E non è detto che sia nemmeno un tema ristretto ai nomi citati in queste righe.

Laura Garavini, deputata eletta nella Circoscrizione Estero Europa, entusiasta del nuovo segretario del Partito Democratico, Dario Franceschini. Una bella sorpresa. Il Governo fa soffrire scuole e consolati. Il futuro dei Consolati tutt’altro che rassicurante. La riforma del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE): una rappresentanza più snella, più femminile, più giovane e con maggiori garanzie per le minoranze.

La partenza di Franceschini da Segretario si sta rivelando una bella sorpresa. In poco tempo è riuscito a dare un profilo più chiaro al PD e a mettere il Governo in difficoltà su tutta una serie di argomenti. Giustissima la sua proposta di introdurre un assegno di disoccupazione per tutti quelli che in queste settimane perdono il lavoro a causa della crisi economica. Giustissima l´idea di far pagare una extra-tassa del due per cento a coloro che guadagnano più di 120 000 euro all’anno. E altrettanto giusto denunciare il Governo per lo spreco di quasi 500 milioni di euro per il mancato Election day, uno spreco provocato dal rifiuto di Berlusconi di indire il referendum insieme alle Europee e alle amministrative. Tutte mosse buone di Franceschini che hanno messo il Governo in difficoltà. Ma soprattutto ha il merito di aver fatto percepire chiaramente che il PD, in questa crisi, sta dalla parte della gente semplice, della gente che vede in pericolo il proprio lavoro o che l’ha già perso. Da questo mese possiamo leggere nero su bianco cosa significhino in concreto i tagli che il Governo della destra ha inflitto agli italiani all’estero. È uscito il protocollo del nostro incontro con il Sottosegretario Mantica al Comitato parlamentare degli italiani nel mondo. Il massimo rappresentante del Governo per le questioni degli italiani all’estero dice senza tanti giri di parole che i tagli colpiscono in modo particolare l’insegnamento della lingua italiana all’estero. I tagli mettono in forse il futuro delle scuole italiane nel mondo, e, sempre secondo Mantica, faranno soffrire soprattutto gli enti gestori sul territorio, quegli enti cioè che offrono i corsi di lingua frequentati da tanti dei nostri figli in Europa. Si tratta di una bomba ad orologeria.

Il problema, ammette il Sottosegretario, esploderà all’inizio dell’anno scolastico 2009-2010. Anche sul futuro dei Consolati le parole del Governo sono tutt’altro che rassicuranti. Mantica parla di “razionalizzazioni” che colpiranno soprattutto i Consolati in Belgio, Germania, Francia e Svizzera. Fa capire indirettamente che in Germania i Consolati di Norimberga, Hannover e Saarbrücken sono a rischio, bollandoli come “non di serie A”. I protocolli spesso sono noiosi. Questo però è da leggere. Come deputati PD eletti all’estero abbiamo presentato, con Fabio Porta primo firmatario, il nostro progetto di legge per la riforma del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE). È una proposta che fa del CGIE una rappresentanza più snella, più autonoma, più radicata nella comunità, più femminile, più giovane e con maggiori garanzie per le minoranze. Sono particolarmente contenta che i punti per i quali mi sono impegnata personalmente nelle ultime settimane facciano parte di questo progetto di legge: una quota giovane e una quota femminile. Aiuteranno ad aprire il CGIE a più giovani e a più donne. In relazione alla quota donne ringrazio i miei colleghi deputati (maschi) del PD che si sono mostrati aperti e disponibili ad inserire questi requisiti nella nostra proposta. Se si hanno uomini moderni in squadra si riesce a muovere qualcosa in favore delle donne.

Il Sottosegretario Stefania Craxi ha risposto all’interrogazione presentata dal deputato del Pd Franco Narducci sulla situazione dei consolati in Germania. A Narducci si era rivolto il presidente del Comites di Hannover e l’Intercomites Germania. Ecco la risposta del governo.

Il Ministero degli affari esteri è pienamente cosciente dell'importanza della nostra collettività in Germania e delle sue specifiche esigenze, e quindi della necessità di prestarle adeguate tutela e assistenza. Attualmente sono infatti presenti in Germania 12 Uffici consolari, cui si aggiunge la Cancelleria consolare dell'Ambasciata. Si tratta della rete consolare più estesa della nostra Amministrazione in un Paese estero, con un organico di organico di oltre 220 unità, fra diplomatici e personale delle aree funzionali e a contratto. L'onorevole Narducci segnala che il comitato dei Presidenti dei Comites della Germania si è rivolto al MAE per «scongiurare la paventata chiusura di altre sedi consolari». La ristrutturazione in tre fasi appena completata, nel perseguire un giusto equilibrio tra Rappresentanze presso Organizzazioni Internazionali e rete dei Consolati, ha riguardato, tra soppressioni e accorpamenti, diversi sedi consolari (Il Cairo, Atene, Bastia, Innsbruck, Edmonton, Bedford, Esch, Mosca, Newark, Chambery, Madrid, Berna). Va sottolineato che in Germania è stata coinvolta una sola sede, a novembre 2007, nella prima fase. È il Consolato Generale di Lipsia, nella cui circoscrizione la consistenza dei connazionali risultava peraltro alquanto ridotta (circa 2.500 residenti). Dell'assistenza a tale comunità si sta facendo ora carico la Cancelleria consolare dell'Ambasciata a Berlino. Per venire meglio incontro alle esigenze dell'utenza, sono stati altresì istituiti due uffici consolari onorari nelle città, rispettivamente, di Lipsia e Dresda. L'onorevole Interrogante segnala inoltre che «non esisterebbero i riferimenti normativi» per eventuali nuove chiusure di uffici consolari, essendosi ormai conclusa la terza fase della ristrutturazione prevista dalla Legge finanziaria 2007. In proposito, va osservato che se per un verso è vero che, a differenza di quanto previsto nella Legge finanziaria, il legislatore non ha dettato nuovi, specifici obiettivi di risparmio, non di meno il Ministero degli Esteri si vede costretto ad operare entro più rigorosi vincoli di bilancio. È noto infatti che per i prossimi tre anni, nell'ottica generale del contenimento della spesa pubblica, sono previste consistenti riduzioni sui capitoli di pertinenza della Farnesina, pur a fronte di crescenti esigenze di carattere internazionale. Pertanto, è in corso una riflessione sul miglior utilizzo che potrà essere fatta di tali - scarse - risorse finanziarie. L'ottica è sempre quella di razionalizzare e, anche grazie all'informatica, rendere servizi più efficienti: migliorare la comunicazione istituzionale (trasparenza delle procedure), abbreviare i tempi di trattazione delle pratiche, limitare l'esigenza per il cittadino di cercarsi in Consolato. Una volta ultimata tale riflessione generale, ne verranno comunicati gli esiti secondo le forme consuete. Nel frattempo, l'Amministrazione non ha potuto esimersi dal realizzare alcuni limitati interventi sull'intera rete estera, effettuando dei «congelamenti» di posti ovvero rinviando avvicendamenti di personale all'estero. Tali interventi sono stati realizzati in numerosi uffici della rete estera e non si riferiscono pertanto ai soli uffici consolari in Germania.

Franceschini, nuovo segretario del PD. Si dovrebbe dire "Veltroni ha tolto il disturbo", si dice Veltroni ha gettato la spugna, ed è arrivato Franceschini, di origini democristiane  di sinistra, vice PD ora promosso alla carica di segretario.

di Giuseppe Ceresa

La prima dichiarazione ufficiale che ha fatto è stata quella di ribadire la lotta al "regime" di Berlusconi che, secondo lui, porterebbe l'Italia al totalitarismo ed alla rovina economica. Peccato che la stragrande maggioranza degli italiani la pensano diversamente del PD e dei suoi dirigenti. Passati ed attuali. Le recenti elezioni regionali in Abruzzo, quelle recentissime in Sardegna hanno portato alla vittoria trionfale dei candidati proposti da Berlusconi. Risultati che hanno avuto come diretta conseguenza la caduta di Veltroni, dovuta alla enorme emorragia di voti subita dal PD. Non ha capito Veltroni, come dimostra di non capire ora Franceschini, che gli italiani si sono stancati di votare un partito che fa solo un'opposizione "ad personam", senza curasi di preparare proposte alternative, di offrire programmi concreti e, perchè no, anche parlare di collaborazione col governo per portare avanti quelle riforme, regioni e giustizia, necessarie al Paese. Il PD ha avuto paura di lasciare solo a Di Pietro ( ed ai suoi mentori Travaglio, Sartoro e Grillo) l'antiberlusconismo, scelta che porta a praticare una politica fatta di negazioni, senza offrire nessuna positività, senza il minimo ottimismo. Questo agli italiani non è piaciuto e non piace tuttora! Il PD è una cucina, che offre come specialità il minestrone, dove c'è di tutto, e dove il solo condimento è l'odio viscerale per Berlusconi. Tutto quello che fa il governo non interessa, interessa solo che lo fa un esecutivo presieduto da Berlusconi, il condimento del minestrone. Cambia il cuoco, ma la minestra è sempre quella, per giunta sempre più riscaldata e sempre meno appetibile.
         Giuseppe Ceresa

La Garavini annuncia, al popolo di sinistra all’estero, le dimissioni di Veltroni.”… Ma le colpe del suo fallimento sono di tanti. Voi lo sapete benissimo. La critica che viene rivolta dalla base ai dirigenti romani é di dare priorità ai vecchi rancori correntizi anziché al bene del partito. “Smettetela di litigare” o, come ha detto Veltroni dimettendosi, “smettiamola di farci del male.”

 

 

 

 

 

 

Walter Veltroni si è dimesso. Ma le colpe del suo fallimento sono di tanti. Voi lo sapete benissimo. La critica che viene rivolta dalla base ai dirigenti romani é di dare priorità ai vecchi rancori correntizi anziché al bene del partito. “Smettetela di litigare” o, come ha detto Veltroni dimettendosi, “smettiamola di farci del male.” La gente non ne può più dei vecchi giochetti politici che da decenni fanno male al centrosinistra in Italia. I giochetti dei veltroniani contro i d’alemiani, dei teodem contro i rutelliani e via dicendo. Adesso o abbiamo il coraggio di un vero rinnovamento oppure il PD non andrà lontano. Il risultato delle regionali in Sardegna ha provocato un terremoto politico nel nostro partito. Ma più importante per il futuro del PD è ciò che è successo a Firenze. Con Matteo Renzi le primarie sono state vinte da un giovane che non era sostenuto da nessuno, proprio da nessuno dei grandi capi a Roma. Hanno invece perso alla grande tutti i candidati “raccomandati” dai grandi capi a Roma. Firenze e la vittoria di Renzi sono la dimostrazione che la gente vuole un cambiamento vero. In Europa siamo terribilmente indietro con la creazione del PD. Nel PD in Europa avremo un futuro solo se diamo spazio a gente nuova, con idee nuove. A gente che riesce a creare un filo diretto con tutte le realtà della nostra comunità: un filo diretto sia con i giovani che con gli anziani, sia con la prima generazione che con i nuovi emigrati, sia con i pensionati che con gli stipendiati Erasmus. Il futuro del PD è nelle nostre mani. Veltroni ha i suoi meriti. Ha salvato il PD dall’onda che ha travolto i piccoli partiti dopo i due anni di Governo Prodi. Ma ha fatto anche qualche scelta strategica non felice. La meno felice, come ho già sostenuto in dicembre in Direzione, era la scelta iniziale di una strategia d’opposizione del dialogo che tanti (troppi!) hanno interpretato come una strategia “morbida” nei confronti di Berlusconi. Abbiamo deluso tanti dei nostri sostenitori e abbiamo spalancato una porta a Di Pietro che sarebbe stato meglio lasciar chiusa. D’ora in avanti deve essere chiaro che opposizione riformista significa confronto chiaro con il Governo, con proposte realiste e convincenti. Abbiamo bisogno di una precisa identità politica, che ci presenti come una forza politica riformista, sociale, innovativa. Un partito che sta al fianco della gente normale, dei più bisognosi, adesso più che mai, anche rispetto alla peggiore crisi della storia. Sono grata a Veltroni di avere avuto il coraggio di compiere un passo cosí netto. Non si è fatto prendere dalla tentazione di salvarsi in qualche inciucio italiano. Ha fatto ciò che altri leader europei avrebbero fatto nella sua posizione. Adesso nessuno può più trovare scuse: ognuno è stato messo da Veltroni davanti alle sue responsabilità. Dobbiamo creare finalmente lo spirito di squadra che finora ci è mancato quasi completamente. Dobbiamo cercare di trovare nella discussione ciò che ci unisce e non ciò che ci divide come abbiamo fatto troppo spesso negli ultimi mesi. A cominciare forse dalle questioni più difficili che hanno segnato le ultime settimane, come il testamento biologico, dove solo il PD e nessun altra forza politica attraverso un compromesso al suo interno può gettare le basi per una soluzione condivisa dalla maggioranza degli italiani. Questa è la potenziale forza del PD in quasi tutte le questioni politiche. Ma una forza che si realizzerà solo se finalmente scopriamo il gioco di squadra.

L'Onorevole Franco Narducci raccoglie il grido d'allarme del Comites di Hannover e dell'Intercomites Germania. Interrogazione a risposta immediata in Commissione presentata dal Deputato Franco NARDUCCI martedì 17 febbraio 2009 al Ministro degli affari esteri.  Per sapere quale azione intenda svolgere per assicurare il funzionamento dei consolati in Germania.

 

 

 

 

La rete diplomatico-consolare italiana in Europa ha subito in questi ultimi anni una notevole riduzione degli organici e la chiusura di alcune sedi come Berna, Madrid e Chambery, nonché una riduzione drastica delle risorse finanziarie occorrenti al funzionamento della rete stessa. A dette chiusure ha corrisposto il potenziamento di alcune sedi soprattutto nelle nazioni che in prospettiva, o già ora, rivestono una importanza strategica sul piano dello sviluppo economico; con le succitate operazioni, e ad altre analoghe, si è conclusa la terza fase della ristrutturazione della rete consolare, messa in atto ai sensi del disposto del comma 404 della Legge Finanziaria 2007;  in Germania, paese che ospita la comunità italiana più consistente fuori dai confini nazionali (cittadini italiani e non oriundi), la presenza delle attuali sedi consolari riveste un significato di particolare importanza alla luce delle difficoltà che si rilevano nel processo d’integrazione dei nostri connazionali, di cui è testimonianza a lungo analizzata il non facile inserimento dei nostri ragazzi nel selettivo sistema d’istruzione tedesco, ma anche la dimensione percentuale di disoccupati italiani in rapporto alle cifre della nostra presenza, all’analogo tasso di disoccupazione di altre comunità etniche sul numero complessivo di disoccupati. Per altro, si deve considerare che la crisi che ha investito l’economia reale tedesca ha colpito con forza il settore dell’industria automobilistica e meccanica, in cui si registra una forte presenza di nostri connazionali occupati; in questo contesto le notizie provenienti dalla Germania in relazione al congelamento dell’avvicendamento del personale, nonché della sostituzione di quello uscente per pensionamento, desta forti preoccupazioni nella comunità italiana e nelle sue rappresentanze istituzionali. Preoccupazioni che hanno spinto il Comitato dei Presidenti dei Comites, riunito a Stoccarda il 7 e 8 febbraio scorso, a rivolgersi, estremamente allarmati, al Ministero degli affari esteri per scongiurare la paventata chiusura di altre sedi consolari e sollecitare una vera chiarezza nelle informazioni inviate, tra l’altro, alle sedi stesse. Si parla infatti sempre più apertamente della chiusura delle sedi consolari di Norimberga, Hannover e Saarbrücken, un passo che costituirebbe un grave danno per i nostri connazionali vista la posizione geografica che vede tali sedi sufficientemente distanti dai capoluoghi e nonostante non esistano i riferimenti normativi, essendosi conclusa la terza fase della ristrutturazione prevista dalla succitata legge finanziaria. Data l’alta concentrazione di cittadini italiani in dette località sarebbe veramente grave se il nostro Paese venisse meno agli obblighi di assistenza e di tutela amministrativa dei nostri concittadini in Germania, che hanno bisogno della presenza dell’Italia anche attraverso le funzioni attribuite all’istituto consolare sia nel suo operare per la realizzazione di obiettivi socio-economici sia di quelli tecnico-amministrativi; non si è ancora provveduto a sostituire il Console Generale di Hannover, andato in pensione, né si hanno notizie sicure al riguardo. Si sottolinea che Hannover è la capitale della Bassa Sassonia, ha una fiera tra le più importanti al mondo, è la sede del Governo regionale, di quello provinciale, dei consolati di altre nazionalità, ma è anche la città in cui vivono migliaia di italiani. La Bassa Sassonia, inoltre, è la quarta regione per volume di scambi commerciali con l'Italia; le stesse autorità tedesche – in Sassonia per bocca di Christian Wulff, Presidente del Consiglio dei Ministri – sono intervenute, sollecitate dai nostri connazionali, nel dibattito sulla eventuale chiusura di nostre sedi consolari esprimendo sorpresa e assicurando il loro impegno nell’ambito dei rapporti tra nazioni; quale azione intenda svolgere il Ministero degli Affari esteri, in un quadro di informazione costruttiva verso gli organi di rappresentanza dei nostri connazionali, per assicurare la continuità di funzionamento delle sedi consolari in Germania ristabilendo la dimensione degli organici addetti alla rete consolare nella sua attuale dimensione.

 

In merito alla lotta all'evasione i risultati ottenuti nell'anno 2008 sono superiori a quelli ottenuti nel 2007 (incremento del 46 per cento). Bisognerebbe avere l'onestà intellettuale di ammettere che l'attività della guardia di finanza e dell'agenzia delle entrate è stata influenzata da provvedimenti del precedente governo. Più veritiero il confronto che si potrà fare con i risultati relativi al prossimo anno fiscale. Ma a pagare sono sempre gli stessi, noti come fessi.

Il governo Prodi si vantava - giustamente - di perseguire gli evasori fiscali più di quanto fosse stato fatto in passato. In effetti Visco, criticatissimo responsabile delle Finanze, si impegnò a raccogliere almeno parte dei soldi rimasti in tasca ai furbi italioti, che sono molti e si annidano ovunque, anche in famiglia. Se tutti i redditi sfuggiti agli esattori venissero denunciati, il nostro Paese sarebbe in testa alla classifica della ricchezza europea. E se si sommasse l’emerso al sommerso, scopriremmo di essere i primi al mondo. Ma il numero di chi sgarra è sempre troppo elevato e facciamo la figura degli straccioni. Poco male. Il guaio consiste nel fatto che chi non paga le tasse sottrae quattrini allo Stato, il quale si precipita a incassare altrove pescando nelle tasche di quelli che fanno già il loro dovere. Il prelievo è alto e colpisce sempre gli stessi, noti come fessi. Perché fessi? Semplice. Versano fino all’ultima goccia di sangue e in compenso ricevono servizi scadenti, i medesimi di cui usufruiscono i ladri. Il problema è tutto qua. Visco lo aveva capito e a suo modo si era dato da fare. Anziché applausi, ha ricevuto fischi. Poi la sinistra è stata sconfitta e il governo è cambiato. Immediate le accuse al nuovo premier: ha allentato la lotta all’evasione. Ora si scopre che non è vero. Quest’anno, rispetto al 2007, l’agenzia delle entrate ha registrato un incremento del 46 per cento nel recupero delle imposte eluse. Ma la storia concede il bis: Berlusconi e Tremonti non vengono lodati bensì biasimati quanto Visco. (...) (...) Chi protesta? Gli evasori, suppongo. Fosse per me li farei arrabbiare anche di più. E non comprendo perché il Cavaliere sia contrario a pubblicare su internet e sui giornali gli elenchi dei contribuenti con accanto le somme denunciate. Afferma: si violerebbe la privacy. Ignora, o finge di ignorare per quieto vivere, che il pagamento dei tributi è l’atto pubblico per eccellenza. Il fisco è una materia che non dovrebbe consentire segreti. La mano destra sappia cosa fa la sinistra e viceversa.

La sinistra italiana perde l'esclusività della "mani pulite"... Il Partito democratico, ed il suo alleato giustizialista Di Pietro, hanno da sempre inveito contro la corrotta destra. Ora però la loro camicia immacolata, pulita, bianca (lavata con Olà), si è macchiata, sporcata con PICCOLI sbagli amministrativi, al livello del ladro di marmellata. Abbaglio della Magistratura, che non sbaglia mai quando attacca Berlusconi.

di Giuseppe Ceresa

 

 

 

 

La sinistra italiana perde l'esclusività della "mani pulite"... Il PD, ed il suo alleato giustizialista Di Pietro, hanno da sempre inveito contro la corrotta destra italiana accusandola di presentare solo leggi "ad personan" , portando così avanti una legislatura predominata da "favori" fatti al premier Berlusconi. Ora però la loro camicia immacolata, pulita, bianca (lavata con Olà), si è macchiata, sporcata con PICCOLI sbagli amministrativi, al livello del ladro di marmellata, solo che invece di rubare la marmellata al supermercato si sono messe le mani negli appalti, nelle concessioni; roba pubblica, soldi di tutti! Naturalmente il tutto in un clima di "volemose bene", cercando di privilegiare una certa persona, un certo gruppo che, molto generosamente, non si dimenticavano di ricambiare i favori ricevuti. Si parla del comune di Pescara, si parla del comune di Napoli, si parla della regione Campania e, poco tempo fa, si è parlato della regione Abruzzo. Amministrazioni queste rette da giunte rosse ovvero di centro sinistra, dove il motore sono gli amministratori appartenenti al Partito Democratico. Naturalmente tutti gli indagati si proclamano innocenti come a dire un abbaglio della Magistratura, che non sbaglia mai quando attacca Berlusconi ed i suoi amici, ma che sbaglia ora che attacca i vari Bassolino e compagni. Nessuno era a conoscenza di questi illeciti, di queste corruzioni. Come la serafica sindachessa di Napoli, Jervolino, che come ignorava quando la spazzatura arrivava al secondo piano delle case così ignora queste tresche che i suoi zelanti collaboratori tenevano negli uffici accanto al suo: o in malafede o inefficiente e "babba", altro non può essere! Ed il Partito Democratico? "Noi siamo onesti, il nostro è un partito di galantuomini, per i disonesti non c'è posto da noi”...e così via. E’ una politica dello struzzo: si accenna al fatto che il partito è attaccato da più parti, si ribadisce che il partito è composto da gente onesta, seria, è giusto che nessuno si dimetta, non si caccia nessuno. Si stende , a suon di trombe, un pietoso velo e, come dice la vigilantissima sindachessa di Napoli "avanti a tutta forza"! Di certo ci vuole una bella faccia  di bronzo presentandosi, dopo tutto questo bordello che è appena agli inizi, come la forza che può salvare l'Italia. Da cosa non si capisce bene, di certo che di questo passo il prossimo congresso del partito o si terrà fra due gatti (gli onesti) o a San Vittore, noto carcere dotato di ampie sale di riunioni. Quello che accadde nel non lontano '92 non ha insegnato alla sinistra italiana che è facile predicare bene, ma è difficile farlo.    

Giuseppe Ceresa

Finalmente la sinistra di Veltroni scende in piazza per protestare. Per manifestare la loro contrarietà al taglio dei contributi per gli italiani all’estero? Si, magari. No, per Murdoch, capo della Sky. Insomma da qualche parte bisogna pur cominciare. Per favorire i ricchi che non hanno bisogno di quest’aiuto, per un bene tipicamente voluttuario. E per noi all’estero? Ci pensano tanto che pure la RAI ci chiudono.

Giù le mani dall’abbonamento Sky. Senza pane si può vivere, senza Ilaria D’Amico proprio no. I fatti li conoscete. In Italia l’Iva è al 20%, ma per alcuni beni esistono agevolazioni. Nel ’95 si era deciso di estendere le agevolazioni anche alla Tv satellitare: da allora chi compra un abbonamento Sky paga l’Iva al 10%. Con il pacchetto anti-crisi dell’altro giorno l’Iva per le tv satellitari è stata riportata al 20%. E la prima osservazione che verrebbe è: era ora. Non si capisce infatti per quale motivo, in un momento in cui si tira la cinghia, le poche agevolazioni possibili si disperdano su beni non di prima necessità. Eppure è scoppiata la polemica. Sky ha protestato. E la sinistra ne ha approfittato per ritirare fuori la polemica sul conflitto d’interesse, dimenticando, fra l’altro che anche Mediaset viene punita da questa norma per quel che riguarda la tv a pagamento, il business su cui ha più investito negli ultimi anni. Ma, soprattutto, dimenticando che opporsi all’innalzamento dell’Iva sulle pay tv significa di fatto difendere gli interessi dei ricchi contro quelli dei deboli. Strano destino per un partito che era nato con la falce e il martello e si appresta evidentemente a morire con ostriche e champagne. Sul caviale del tramonto, verrebbe da dire. Almeno, però, si mettano d’accordo con se stessi. Quest’estate, quando fu abrogata l’Ici per tutti gli italiani, la sinistra insorse dicendo che bisognava ridurla solo ai poveri, per non favorire i ricchi che non avevano bisogno di quell’aiuto.

 

E adesso cosa è successo? Perché quei ricchi, che non avevano bisogno dell’aiuto sulla casa, che è un bene di prima necessità, ora ce l’hanno, invece, per l’abbonamento Sky, che al contrario è un bene tipicamente voluttuario? Sia chiaro: sono abbonato a Sky, guardo film e calcio, i miei figli sono fan di Disneychannel. Faccio parte dunque di quei 4 milioni di italiani che subiranno l’aggravio: 50 euro l’anno, poco più di 4 euro al mese. Ma penso che se una persona può spendere 500 euro l’anno per guardarsi film sdraiato in poltrona e diretta gol, può anche sopportare, vista la situazione, di sborsare un euro in più a settimana. Meno che pagare un caffè a due colleghi (e forse fa meno male). Stupisce, piuttosto, che la sinistra si batta per me e per gli altri benestanti abbonati Sky, difendendo un regalo inutile, dopo aver snobbato bonus e social card a favore dei poveri: questo la dice lunga sul disfacimento culturale di chi ha perso contatto col suo mondo. Pensano davvero che nelle fabbriche e nelle periferie oggi il grande problema sia la pay tv? Al massimo lo è in qualche salotto chic, dove già preparano la battaglia: parabola rossa alla riscossa. Chi l’avrebbe detto che il postcomunismo si sarebbe risolto nel posticipo della serie A.

La scure di Berlusconi sugli italiani all'estero: tagliati 50 milioni su 82. Comitati degli italiani all'estero (Comites), Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) ma anche i parlamentari eletti nella circoscrizione estero e le stesse rappresentanze diplomatiche e consolari sono in allarme.

di TONY MAZZARO

La riduzione del 55% dei contributi finanziari (da 82 a 32 milioni di euro) mette a repentaglio tutte le iniziative di assistenza scolastica e sociale che con pazienza certosina e forte spirito di sacrificio sono state messe in atto negli ultimi 50 anni. Berlusconi crede che le comunità italiane all’estero stiano bene, siano ben integrate, guadagnino un pozzo di soldi e godono di sistemi educativi e sociali volti all’accoglienza. Purtroppo il Cavaliere e tutti i parlamentari della sua maggioranza si sbagliano. Non è affatto così. I problemi sono ancora tanti. Meraviglia pertanto il silenzio di quelle forze politiche e associazionistiche, come i Comitati Tricolori nel mondo e Alleanza Nazionale che hanno fatto dell’emigrazione una instancabile battaglia di vita. Pensiamo a Mirko Tremaglia che più di ogni altro ha speso tutta la sua vita politica in battaglie per dare agli italiani all’estero pari dignità dei residenti in Italia. Nessuno, neppure gli acerrimi avversari possono negare il riconoscimento a quest’uomo di aver fatto di tutto soprattutto durante il suo mandato di ministro degli italiani all’estero per pervenire alla rappresentanza politica della nostra emigrazione facendo modificare due volte la Costituzione. Dal 2006 l’elezione di 12 deputati e di 6 senatori fra le nostre collettività sparse per il mondo sono una realtà. Attraverso questa partecipazione attiva alla vita del nostro paese ci si sarebbe atteso dal governo, più attenzione verso l’emigrazione. Invece, niente. Purtroppo, pur condividendo la necessità del risparmio e della razionalizzazione degli interventi, il taglio del 55% dei contributi nel 2009 e di altri tagli che saranno apportati nei due anni successivi hanno il sapore di una sorta di vendetta elettorale. Come nella prima, così nella seconda tornata elettorale, dall’urna sono usciti soltanto 7 parlamentari del Pdl. Degli altri 11, otto appartengono al Pd, uno Idv e due al Movimento in America latina. In questi giorni si sono riuniti nei diversi paesi di accoglimento i Comites e i membri Cgie per affrontare la delicata questione. Mentre in Svizzera, che ha espresso tre parlamentari, i rappresentanti si sono espressi per l’occupazione dei consolati quale protesta forte, in Germania si vuole boicottare la Prima Conferenza dei giovani italiani nel mondo, indetta dal governo per il 10-12 dicembre prossimi.

Berlusconi vuole togliere le preferenze dalle elezioni europee. Il Cavaliere vuole poi la soglia del 5 per cento in nome di quel bipolarismo al quale Veltroni è interessato più di lui. Senza sbarramento per il Pd sarebbe un disastro: Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani, socialisti e quant’altro, prenderebbero seggi a scapito dei democratici.

Berlusconi vuole togliere le preferenze dalle elezioni europee per evitare una lotta al coltello tra Forza Italia e Alleanza nazionale, meno forte nell’elettorato, ma più forte nell’organizzazione. Ha contro chi gli rimprovera di espropriare l’elettorato di una legittima scelta, ma ha dalla sua il fatto che in quasi nessun paese europeo le preferenze esistono e che in Italia esse alimentano uno spaventoso giro di denaro. Il Cavaliere vuole poi la soglia del 5 per cento nella speranza di escludere l’Udc dal Parlamento europeo, in nome di quel bipolarismo-bipartitismo al quale Veltroni è interessato quanto e più di lui. Ma se il Pd continua a dirgli che si comporta come un dittatore, a Berlusconi converrebbe rinunciare a qualunque riforma e lasciare la legge com’è. Niente sbarramento e preferenze libere. Il Pdl perderebbe qualcosa in favore di Francesco Storace, ma per il Pd sarebbe un disastro: Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani, socialisti e quant’altro, nell’assenza di un voto utile, prenderebbero senz’altro seggi a scapito dei democratici. Gli stessi radicali avrebbero interesse ad andarsene da soli. L’altro corno del problema per Veltroni è il rapporto con Antonio Di Pietro. Averne accettato il candidato alla presidenza della Regione Abruzzo espone il Pd a un doppio rischio: in caso di vittoria, il ruolo generale di Italia dei valori verrebbe enormemente rafforzato. In caso di sconfitta, a Veltroni verrebbe rimproverato il rilancio dell’alleanza di un avversario molto scomodo. Che in ogni caso si rafforzerà alle elezioni europee quasi completamente ai danni del Pd. La vicenda abruzzese ha poi interrotto bruscamente il dialogo con l’Udc dove Pier Ferdinando Casini è molto preoccupato dell’offensiva che il centrodestra gli sta scatenando in molte regioni. La vita politica è fatta a scale. Si scende, si sale. Ma anche la pianura è pericolosa.  

Alitalia resta in piedi, Veltroni cade. Nel ridicolo. Un’azienda fuori pericolo e un leader fuori di testa, una compagnia salvata e un compagno da salvare, un dramma economico che si chiude e un dramma personale che si apre.

Veltroni: il mediatore sono io, Veltroni: si può chiudere, merito nostro. «Ho trattato io, dov’è Berlusconi? Il premier è assente, al governo ci sono bulli, l’intesa è arrivata grazie a me». Povero Walter. Durante la campagna elettorale disse che la cordata italiana era «un espediente di Berlusconi, destinato a scomparire dopo il voto». Quando, dopo il voto, la cordata è apparsa senza scomparire, ha detto che lui, comunque, era contrario perché da quel piano sarebbe nata una «compagnia di bandierina». Quando si è accorto che la compagnia non era di bandierina, ma anzi era l’unica soluzione praticabile, se n’è scappato a New York, per festini letterari. Ora torna e dice che è tutto merito suo? La vicenda Alitalia negli ultimi giorni è stata lineare: quando si è arrivati sul punto di chiudere, il segretario della Cgil Epifani ha fatto saltare tutto. Poi però la Cgil si è trovata in un vicolo cieco e ha capitolato. Epifani ha firmato l’accordo che pochi giorni prima aveva schifato. Senza ottenere nulla in più. Ma proprio nulla. Nemmeno una possibilità di salvare la faccia.

Alitalia è salva. Dopo i rifiuti, l’Ici, il governo mantiene un’altra promessa. Ha vinto la fermezza. Ha vinto il buon senso. Ha vinto chi vuol cambiare. Ha perso Veltroni. Si fosse limitato a dire «anch’io ho dato il mio piccolo contributo, ho convinto Epifani a rimangiarsi il niet», avrebbe fatto la sua figura dimostrando che anche il Pd c’è e lotta assieme a noi. Invece ha voluto strafare, appropriandosi di ogni merito e accusando il governo di aver remato contro. Uno spettacolo doloroso, da arrossire per lui. Ma come si fa a proclamare: “è un dovere far sapere agli italiani come stanno le cose”. Come se gli italiani dell’affaire Alitalia non avessero saputo nulla sino a ieri. Berlusconi canta vittoria e si gloria? Ma via, la verità veltroniana è tutt’altra: il premier «non ha favorito» la trattativa perché «ha insultato» l’opposizione «che cercava di dare una mano», anzi «non ha fatto altro che insultare una parte del sindacato, e cioè la Cgil.” E finalmente la rivelazione: «Il momento chiave è stato 48 ore fa: allora la vicenda era drammaticamente conclusa ma poi io ho cercato di fare il mio dovere, ho cercato di far fare un passo avanti alla Cai nel tentativo di costruire le condizioni di una nuova proposta».«48 ore fa si è sbloccata la situazione perché, mettendo insieme Colaninno ed Epifani, ho cercato di favorire il fatto che si trovasse un punto di intesa», ha confessato con orgoglio Veltroni. Ma non era nella sua nuova casa a Manhattan fino all’altro ieri?

Sono riusciti a far fallire l'Alitalia. Un risultato di cui ringraziare sentitamente i sindacati. Se c'era bisogno di un'ultima prova, ecco, l'abbiamo avuta. Altro che prendere il volo: anche il Paese resterà a terra come gli Airbus della compagnia di bandiera. Ma come si fa a festeggiare. L'avete vista la foto? Alitalia fa crac e l'hostess ride.

Ma come si fa a festeggiare quando si è appena saputo che la propria compagnia è fallita e che si rimane senza lavoro? Non si è capito perché la Cgil e gli altri abbiano fatto questa bizzarra scelta: «muoia Sansone con tutti i Filistei». Gusto dell'orrido? Germi di follia? Antiberlusconismo ottuso all'ennesima potenza? Qui non vogliamo perdere tempo a esaminare razionalmente il frutto di una follia. Sarebbe come cercare di interpretare quel tale che al manicomio, credendosi Muzio Scevola, voleva farsi tagliare il braccio sinistro. Perché?, gli chiesero. E lui: «Così non mi brucerò la mano». I sindacati hanno tirato la corda fino all'ultimo, rilanciando sul filo di lana, come avevano già fatto con Air France. La stessa tecnica kamikaze, la stessa aspirazione suicida. Lo stesso risultato: è scappata Air France, è scappata anche la cordata di Colaninno. La differenza è che ora non c'è più nulla da fare. Alitalia, dopo 61 anni di più o meno onorato servizio, chiude i battenti. È fallita. Uccisa. Morta ammazzata. Gli aerei resteranno a terra. I lavoratori a spasso. I resti dell'azienda diventeranno cibo per corvi. Eppure i becchini dell'aquila selvaggia fanno festa. Girotondo intorno al cadavere. L'avete vista la foto? Alitalia fa crac e l'hostess ride. Che strano: pensavamo fosse un altro il crac che dà alla testa. Invece guardatela è proprio felice: sprizza allegria da tutto il tailleur. Ma sicuro signorina, c'è proprio da gioire, no? Del resto da giorni i furbetti  occupano strade e aeroporti mostrando corde e cappi (la Cai sarebbe il boia?) e slogan del genere: «Meglio falliti che in mano ai banditi». Banditi? Colaninno? Benetton? La Marcegaglia? Il meglio dell'imprenditoria italiana? Quelli che mettono mano al portafoglio e fanno una proposta, assumendosi il rischio in proprio? Davvero sono loro i banditi? O i banditi sono quelli che hanno occupato per anni l'Alitalia, che hanno comandato, dettato regole, posto veti e provocato questo letame, che ha concimato soltanto i loro privilegi?
La risposta è evidente. E per questo l'Alitalia diventa da oggi il segno, il simbolo, la dimostrazione (più morente che vivente, purtroppo) che un Paese in mano allo strapotere dei sindacati non ha futuro. Un Paese in mano allo strapotere dei sindacati muore. L'Alitalia è sempre stato, fino all'ultimo, il posto dove le sigle (tante, troppe) dei lavoratori facevano il bello e il cattivo tempo. Il cattivo (per gli altri) e il bello (per loro). Non a caso, mentre la compagnia di bandiera scendeva nelle classifiche internazionali, mentre il tasso di efficienza di ogni dipendente si riduceva alla metà di quello della Lufthansa, i mandarini della carlinga vedevano crescere i loro privilegi incredibili, compresi l'indennità «per assenza del lettino» e il riconoscimento come orario di lavoro perfino a stabilire che il giorno libero, per i piloti, dura 33 ore. Proprio così: 7 più di tutti gli altri cristiani. Ora, voi capite: a questi viziati fra le nuvole, che guadagnano come ridere 158mila euro l'anno (più varie ed eventuali) e che hanno avuto la forza di modificare la durata del giorno da 24 a 33 ore, a loro, che cosa importa del fallimento dell'Alitalia? Prenderanno un po' di cassa integrazione e avranno la giornata libera per smarchettare di nascosto, voli privati o servizi all'estero. È per questo che ridono, che sono contenti. Il prezzo delle loro risate, come al solito, lo pagano i più deboli: i lavoratori meno garantiti, innanzitutto. E il Paese, subito dopo.

Come ci tratta la stampa straniera sul fallimento dell’Alitalia: baratro, fallimento, condanna, scomparsa, fine. Questi i sostantivi scelti dalla stampa estera per descrivere la situazione di Alitalia. E i tedeschi? "Alitalia verso la fine", titola il Suddeutsche Zeitung. I sindacati vogliono andare avanti nella partita di poker con rilanci sempre più alti.

Baratro, fallimento, condanna, scomparsa, fine. Questi i sostantivi scelti dalla stampa estera per descrivere la situazione di Alitalia, all’indomani del ritiro dell’offerta da parte di Cai. "Alitalia sul baratro dopo il ritiro dell’offerta", titola il Financial Times, secondo cui "l’opposizione dei sindacati lascia la compagnia di fronte alla bancarotta, salvo un intervento dell’ultimo minuto del governo". L’International Herald Tribune parla invece di "scomparsa più vicina, con gli investitori che si sono ritirati" e afferma che "il commissario straordinario apparentemente non ha altra scelta che liquidare la compagnia aerea". "Il disperato sforzo di salvare Alitalia se ne è andato in fumo", scrive il Wall Street Journal. Anche i quotidiani francesi, particolarmente attenti alla vicenda visto il coinvolgimento di Air France, recitano il de profundis per la compagnia: "Alitalia è condannata", scrive France Soir, sottolineando che "la tragicommedia all’italiana si conclude". Secondo Le Figaro, "Alitalia preferisce il fallimento", mentre il quotidiano economico La Tribune dice che la compagnia aerea "è sull’orlo del baratro, dopo il fallimento del piano". Totalmente pessimisti sono anche i giornali tedeschi: "Alitalia verso la fine", titola il Suddeutsche Zeitung, mentre Die Welt, appena un pò più possibilista, afferma che la compagnia aerea "è probabilmente verso la fine". Senza appello, invece, il titolo del Berliner Zeitung: "Alitalia evidentemente alla fine". La Frankfurter Allgemeine Zeitung, in un commento scrive "Alitalia, bizantina", mentre in molti (Financial Times Deutschland, Tagesspiel e Handelsblatt) si limitano a riferire che "è fallito il salvataggio di Alitalia2.”  Questo il titolo del fondo della Frankfurter Allgemeine Zeitung , convinta che il salvataggio di Alitalia stia diventando una partita di poker bizantina a cui l'Unione europea deve mettere fine al più presto. "Nel caso Alitalia, Berlusconi vede a rischio il suo prestigio personale, mentre anche i sindacati vogliono andare avanti nella partita di poker con rilanci sempre più alti".

 Il giornale sottolinea che le estenuanti trattative dei giorni scorsi "ricordano i riti e le abitudini bizantine della politica e dell'economia di Stato italiane degli Anni '80". "Dietro le quinte", prosegue il giornale, "i piloti di Alitalia intendono salvaguardare privilegi che non ci sono più da nessun'altra parte, mentre all'opinione pubblica viene presentato un teatrino, in cui ognuno dei protagonisti cerca di assegnare la colpa all'altro passandogli la carta dell'Uomo nero”.Insomma, "basta solo questo fatto a dimostrare che Alitalia ha fatto il suo tempo. Se gran parte dei dipendenti non vuole capire che il mondo del trasporto aereo è radicalmente cambiato, Alitalia deve affondare". La conclusione del giornale è perentoria: "la Commissione europea non deve permettere che questo relitto continui a venire sovvenzionato con mille trucchi".''Alitalia, piu' vicina al fallimento'' e' il titolo scelto dallo spagnolo El Pais, che nell'articolo sottolinea che ''18 imprenditori italiani disposti a comprare la compagnia di bandiera italiana hanno ritirato la loro offerta, facendo suppore un fallimento ormai senza rimedio''. ''Alitalia: gli investitori ritirano la loro offerta'' titola invece il francese Le Monde, che parla di ''fallimento ineluttabile''. Piu' dubbioso Le Figaro, che in una della sue top news di prima pagina scrive: ''Alitalia: verso il fallimento?'', usando perlomeno il punto interrogativo. ''Alitalia collassa'', va invece giu' duro il Times, secondo il quale la compagnia italiana ''sembra diventata l'ultima vittima di rilievo della crescita dei prezzi dei carburanti, mentre il consorzio che doveva salvarla ha scelto di ritirarsi''. Notizia in evidenza anche sul portale della Bbc, dove sotto il titolo ''Il consorzio si ritira da Alitalia'', si spiega che dopo la rinuncia della Cai, ''crescono i timori che si vada alla liquidazione''. ''Alitalia: ritirato l'accordo per salvare la compagnia'', titola la Cnn, che giudica il futuro dell'aerolinea italiana ''in serio pericolo”.

Le lodi a Berlusconi mettono in crisi la sinistra che vive di critiche spesso aspre, quasi sempre ispirate all'esigenza di diminuire le iniziative del governo allo scopo di far passare l'idea che si tratti del solito bluff. D'altronde Veltroni non ha altre chance per tentare di risalire la china e non sa più a che santo votarsi eccetto santa Bugia. Come sulla vicenda Alitalia. "L'Ici e Veltroni sono reperti del passato. La prima è stata abolita. Il Pd sta abolendo anche il secondo".

 

 

Fino adesso Berlusconi ha dimostrato di aver assimilato la lezione. Domani, vedremo. L'importante è che non si faccia condizionare dalle critiche dell'opposizione, spesso aspre, quasi sempre ispirate all'esigenza di diminuire le iniziative del governo allo scopo di far passare l'idea che si tratti del solito bluff. D'altronde Veltroni non ha altre chance per tentare di risalire la china. Lui stesso e i suoi aiutanti di battaglia neanche lontanamente immaginavano che il Cavaliere avrebbe mantenuto le promesse elettorali con tanta fermezza. Ed ora sono spiazzati, increduli e faticano ad organizzarsi per contrastare i successi del centrodestra; preferiscono minimizzarli o addirittura negarli onde persuadere la base - spiazzata anch'essa - che presto l'azione del governo si rivelerà una sciagura. Sembra tuttavia che il Pd sia il primo a non credere nelle proprie ragioni e a non avere di conseguenza la necessaria convinzione per sostenerle adeguatamente. Lo si capisce in ogni circostanza topica. In questo senso la vicenda Alitalia è emblematica. Prodi voleva sbolognare l'azienda ai francesi per togliersi un peso dallo stomaco. E non aveva torto. Ma all'ultimo momento, per vari motivi - tra cui le imminenti elezioni italiane che avrebbero provocato una rivoluzione a Palazzo Chigi -, Air France si defilò. Oggi il centrosinistra finge di non ricordare come si svolsero i fatti. Venerdì notte su Raiuno è andato in onda TV7 condotto da Gianni Riotta. Tra gli ospiti, Fassino (Pd) e Tabacci (Udc). I quali per sfottere Berlusconi, promotore della soluzione nazionale al dramma Alitalia, hanno detto che i francesi avrebbero alleggerito gli organici di duemila dipendenti, mentre la cordata presieduta da Colaninno intende mandarne via seimila. Fosse davvero così la nostra compagnia sarebbe caduta dalla padella alla brace. Ma così non è. E non lo affermiamo noi bensì Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, che ieri sulla Stampa ha dichiarato: “Air France chiedeva ottomila esuberi”. Ovvio, il sindacalista Angeletti in materia ne sa di più di Fassino, questi però pur di non riconoscere al governo d'aver agito con coraggio e oculatezza ha imbrogliato le carte inventandosi duemila esuberi, seimila in meno di quanto fossero in realtà.

Niente di grave, per carità, ma è un segnale: l'opposizione è nel pallone e non sa più a che santo votarsi eccetto santa Bugia. Identica la storia delle impronte digitali ai bambini rom. La sinistra ha montato una polemica feroce, scomodando Hitler e la persecuzione degli ebrei, finalizzata a sputtanare il ministro dell'Interno Maroni a livello europeo. Poi la cosa è stata ridimensionata. Il problema era solo di identificare i rom presenti in Italia e censirli per verificare chi vada assistito e chi, viceversa, vada allontanato. Il rilevamento delle impronte è stato fatto in pochissimi casi a gente che non acconsentiva a farsi identificare. Di esempi simili ce ne sarebbero altri. Ma ci limitiamo ad aspettare con curiosità le reazioni, i commenti di Veltroni e compagni all'accordo stretto dal Cavaliere con Gheddafi allo scopo di evitare che dalla Libia continuino a salpare imbarcazioni stracolme di clandestini diretti a Lampedusa. I progressisti diranno che l'operazione è troppo onerosa, così come lo è quella del salvataggio di Alitalia. Insomma per loro è sempre tutto sbagliato o fascista; molto più comodo rimanere con le mani in mano accettando ogni guaio con rassegnazione, come davanti alle calamità naturali. Non siamo ottimisti irrazionali. Non ci illudiamo che il Paese sia destinato in breve a trasformarsi in un paradiso di efficienza. Semplicemente dopo quaranta anni di chiacchiere, di spese pubbliche per mantenere la pace sociale, di governi specializzati nell'arte di tirare a campare, di coalizioni progressiste buone solo a far progredire il degrado, finalmente è arrivato qualcuno che a guidare la nazione almeno ci prova. E se questo qualcuno è Silvio Berlusconi sarebbe assurdo e anche ridicolo non dirlo. Lo abbiamo detto.

Da non credere. Adesso anche la sinistra si mette a lodare Berlusconi. Parisi promuove Berlusconi e boccia Veltroni: "Impari dal premier Berlusconi è un grande leader e politico. Il totale dei 300 giorni di Veltroni porta il segno meno. I cento giorni di Berlusconi sembrano avere il segno più ". scandisce Parisi. Nasce Uniti per l’Europa?

 

 

 

 

Arturo Parisi arriva alla Festa del Pd a Firenze e alle critiche che sta avanzando da tempo alla gestione del partito e alla linea di Walter Veltroni aggiunge il giudizio positivo per Silvio Berlusconi, che promuove a pieni voti. Tornando così ad agitare le acque, già tempestose, che si agitano nel mare del Pd."Il totale dei 300 giorni di Veltroni porta il segno meno. I cento giorni di Berlusconi sembrano avere il segno più ", scandisce Parisi. L’ex ministro della Difesa motiva la sua promozione di Berlusconi con il fatto che ha avuto la tenacità e la coerenza di "tenere un filo nel tempo. Berlusconi questo filo lo sta tenendo da 15 anni e ci ha dimostrato di sapere imparare da vittorie e anche dagli errori. Ha tenuto il filo anche grazie alla nostra competizione e a noi serve riprendere quella competizione che in questo momento non vedo". Per questo, Parisi definisce "Berlusconi un grande leader e un grande politico". Quella stessa tenacia a "tenere un filo nel tempo" che l’esponente ulivista trova in Berlusconi, manca invece totalmente, a suo parere, a Walter Veltroni da cui si dice deluso più volte: "Veltroni è stato un compagni di strada e di lotta per l’Ulivo. Ho conosciuto Veltroni sotto il segno dell’Ulivo fin dal ’95 quando il suo partito lo indicò come vice di Prodi. Ebbi poi modo di verificare che, tuttavia, nei passaggi cruciali successivi tenne un comportamento assai diverso", dice Parisi riferendosi a come Veltroni si comportò durante la crisi del governo Prodi nel ’98 ed ancora nel 2000 quando "proposi di sciogliere Ds e Margherita per fare il Pd e poi da ultimo la sua scelta di netta discontinuità con l’Ulivo". "L’esperienza del governo ombra è fallita" Ne è convinto Arturo Parisi che, in un dibattito alla Festa nazionale del Partito democratico ha affermato che: "È una scommessa che al momento è mancata completamente. All’inizio - aggiunge Parisi - ne vidi l’utilità oggi, dopo tre mesi, l’esperienza è fallita". "Listone dell'Ulivo alle Europee" Parisi nella sua battaglia per riportare il Partito democratico dentro il solco dell’Ulivo lancia una proposta: "Esattamente come quattro anni fa, dobbiamo porci il problema di aggregare il massimo di forze possibili" in vista del voto delle europee e "dobbiamo ripercorrere quel cammino che produsse Uniti per l’Ulivo, aprendo la nostra proposta a tutti quelli che condividono il nostro programma per l’Europa". Parisi ha anche pronto il nome per la lista e sarebbe quello di Uniti per l’Europa. Ma a chi sarebbe aperto questo ’listonè? L’idea di Parisi è quella di chiamare tutte le forze che possono ritrovarsi in un programma comune per le europee e quindi si pensa tutta l’area della sinistra da Sinistra democratica di Fabio Mussi ma anche ai Socialisti di Enrico Boselli. Insomma, quelle forze che se dovesse esserci una soglia di sbarramento più alta del 3% vedrebbero a rischio, oltretutto, la loro rappresentanza. Ai cronisti che chiedono a Parisi se abbia parlato di questa proposta con Romano Prodi, l’ex ministro risponde: "No, non ne ho parlato con Prodi. Ne ho parlato con mia moglie...".

Il governo Berlusconi festeggia i cento giorni di governo: Prodi viaggiava in Cinquecento, Berlusconi viaggia in Ferrari... il Governo Prodi aveva il timbro dell'immobilismo. Il Governo Berlusconi di contro è come se fosse stato morso dalla tarantola viaggia ad una velocità inusuale per i regimi italiani, sembra una Ferrari.
di Giuseppe Ceresa

Cento giorni di Governo: Prodi viaggiava in Cinquecento, Berluscono viaggia in Ferrari...Non era tutta colpa del professor Prodi, ma il Governo, da lui presieduto che ha governato l'Italia per quasi due anni, aveva il timbro dell'immobilismo, il tutto si muoveva lentissimamente, con innumerevoli fermate, intoppi, sembrava una vecchia carretta. Il Governo Berlusconi, fresco dei cento giorni passati, di contro è come se fosse stato morso dalla tarantola, si dà da fare in tutte le direzioni, viaggia ad una velocità inusuale per i regimi italiani, sembra una Ferrari.Il premier, che dà a Napoli una mano a pulire le strade, ne è l'esempio. La differenza è data non solo dalla comoda maggioranza parlamentare, ma anche alla compattezza della coalizione governativa che , a parte qualche marginale differenza subito pompata al massimo dalla stampa nazionale, si è posta degli obbiettivi precisi, da tutti condivisi. Il primo "Napoli pulita" è stato raggiunto nei termini fissati grazie alle riunioni di Governo nella città partenopea, grazie alla nomina a sottosegretario di Bertolaso, grazie all'impiego dell'esercito, grazie al soprassedere a quel "volemose bene" " lasciamo tempo al tempo", che hanno caratterizzato il passato.  Discariche, termovalorizzatori: mezzi indispensabili allo smaltimento dei rifiuti. Investimenti programmati anche a dispetto della Camorra, che ha sempre gestito la spazzatura a Napoli. Secondo obbiettivo: la sicurezza. Maroni ha sorpreso tutti con un impegno totale, senza ascoltare piagnistei, pietismi, tutte lacrime di coccodrillo. L'Italia non  è razzista, ha sempre accolto ed accoglie ancora oggi tutti quelli che la vogliono eleggere a propria residenza; si chiede però rispetto delle leggi italiane, si chiede un onesto lavoro, legale non nero o delinquenziale. La polemica sorta sul giro di vite per i Rom è stata ad arte allargata a dismisura dalla stampa italiana ed internazionale. Quello che chiede Maroni è solamente sapere chi sono  questi "nomadi moderni", dove vivono, e chiede inoltre che i loro bambini, invece di chiedere l'elemosina e rubacchiare qua e là, vadano a scuola! Il terzo punto è stato quello di dare al paese una seria programmazione economica.  Per la prima volta non si parla solo del domani prossimo, ma del futuro. La programmazione di tre anni è una grossa novità che non potrà che dare i suoi frutti. È stata abolita l'ICI sulla prima casa, è stata tolta la tassazione degli straordinari, si preparerà in autunno una carta spesa per aiutare i meno abbienti.Naturalmente sono richiesti dei sacrifici, in tutto il mondo si parla di recessione, la svalutazione è galoppante, il potere d'acquisto degli stipendi e delle pensione si riduce giorno per giorno. Si parla di tagli alle spese superflue, si sistemerà in autunno la mina vagante che è l'Alitalia. Berlusconi non è il mago Merlino che "tac!" ed è tutto sistemato in modo piacevole per tutti; gli ci vuole tempo, chiede sacrifici, ma la voglia e l'impegno di fare non mancano né a lui nè ai suoi collaboratori. I primi cento giorni di Governo lo hanno dimostrato: aspettiamo fiduciosi gli altri!   

Giuseppe Ceresa

Fateci capire: il settimanale Usa Newsweek  parla dei primi cento giorni del governo come «miracolo di Berlusconi». Berlusconi ha fatto l'impossibile: “mettere ordine in questa nazione apparentemente ingovernabile”. Famiglia Cristiana invece usa epiteti «Paese da marciapiede», «presidente spazzino», «peggio dell’Angola», e per finire scopre il «rischio del fascismo». Vaneggiamenti del settimanale cristiano?

 

'Nei suoi primi 100 giorni Berlusconi ha fatto l'impossibile: mettere ordine in questa nazione apparentemente ingovernabile', rileva Newsweek nel quale si ricorda che il Cavaliere può vantare un indice di approvazione del suo operato pari al 55%, ben più alto di quello di Gordon Brown in Gran Bretagna, di Nicolas Sarkozy in Francia e di José Luis Zapatero in Spagna. Un successo europeo, a conti fatti.  Il settimanale Usa da atto al premier italiano di aver dato 'prova di risolutezza soprattutto nella crisi dei rifiuti a Napoli e contro la criminalita'. L’italiano, sempre secondo il settimanale americano, dopo dieci anni di crescita economica vicina allo zero, chiede soprattutto sicurezza, anche quella finanziaria. Da qui il poco interesse per le polemiche sorte in seguito al lodo Alfano: “Gli italiani si sentono troppo poveri per occuparsene”, si legge. Mentre Berlusconi, “con il pungo di ferro in guanto di velluto”, sta rispondendo alle loro esigenze, “dispiegando migliaia di soldati in tutta Italia nel tentativo di usare la mano pesante contro l'immigrazione e la piccola criminalità”. Rimane l’incognita delle tasse: gli italiani sono quelli che ne devono pagare di più in Europa e Berlusconi deve trovare ancora il modo per affrontare il problema.
 Su questa analisi non è d’accordo il settimanale ecclesiastico Famiglia Cristiana che dopo aver sferrato un attacco contro il governo con toni, il settimanale ormai più pierino che paolino torna sulle barricate, a soli due giorni di distanza da «Paese da marciapiede», «presidente spazzino», «peggio dell’Angola», con un secondo editoriale ancor più estremisticamente bislacco scopre il «rischio del fascismo» e giudica l’azione del governo alla pari dei rastrellamenti nazisti nel ghetto di Varsavia. Se non si concedono una pausa, con il prossimo numero forse scopriremo che Berlusconi è stato il mandante delle Fosse Ardeatine e Maroni un kapò ad Auschwitz. Pensavamo che il settimanale fosse la voce del vangelo e adesso, invece, lo scopriamo come se fosse la voce di Pecoraro Scanio.

 

 

 

Il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino,  ha detto che sono un po’ in crisi con le vendite e che per questo stanno facendo molti tagli. Si sa, sono tempi duri per tutti. Ma se non si decidono a spendere un po’ di soldi per l’aria condizionata in redazione sono guai seri: ad agosto il caldo fa sragionare. E così anche i più autorevoli editorialisti finiscono per scrivere su un settimanale cattolico articoli che apparirebbero un po’ forti anche per il manifesto e liberazione. Risultato: uno cerca in edicola una copia di Famiglia Cristiana, si trova tra le mani al massimo una coppia di fatto bertinottiana. Riassumiamo il pezzo forte debitamente anticipato alle agenzie. Un articolo di Beppe Del Colle che, per rispondere al vespaio di polemiche suscitate dal primo violento ukaze (ukaz, russo, in italiano anche ukaze o ukase, era un decreto dello zar, del governo che aveva forza di legge), accusa i politici di fare dichiarazioni «superficiali e irresponsabili». E, per restare in tema, parla di «rischio fascismo» in Italia e, di fianco, pubblica la storica foto del bimbo ebreo di Varsavia, simbolo della persecuzione nazista, dicendo che è venuta in mente a tutti (proprio a tutti?) quando Maroni ha presentato il pacchetto sicurezza e le norme sui rom. C’è altro da aggiungere? Solo che non sono solo i politici a fare dichiarazioni «superficiali e irresponsabili». Anche i giornalisti si difendono bene. Ma c’è una cosa che ci preoccupa: è il fatto che, di fronte agli indiscutibili risultati ottenuti dal governo e al disorientamento dell’opposizione, i toni incivili, finora prerogativa del trattorista di Montenero e dei suoi girotonti, sfiorino anche chi, per la sua stessa ragione sociale, dovrebbe rappresentare il volto più moderato e ragionevole del Paese. Non è in questione, naturalmente, il diritto di critica: è in questione la possibilità di un dialogo. Paragonare un governo al nazismo significa alzare un muro, una trincea, una barricata: con i nazisti si può forse parlare? Trattare? Discutere? No, certo. E questo è ingiusto, non solo nei confronti del governo. È ingiusto soprattutto nei confronti della famiglia cristiana, quella vera, che non merita che il suo nome venga usurpato da alcuni orfani del cattocomunismo, sempre meno capaci di fare chiesa e sempre più capaci di fare cappelle.

Il Financial Times: "Berlusconi fa bene a tenere a freno i magistrati". Secondo l'autorevole quotidiano britannico, la verità è che da quasi 20 anni, in Italia, "i giudici godono di un livello di potere unico in Occidente".

E Gesù disse ai suoi: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». In Italia il Cavaliere spesso non è compreso, ma il mondo lo stima e ammira. La notizia è di oggi. Il "Financial Times", autorevole quotidiano britannico, si schiera con Silvio Berlusconi nel nuovo, durissimo scontro aperto con i magistrati. In un editoriale intitolato "L'Italia fa bene a tenere a freno i giudici", si sottolinea la necessita' di introdurre una legge sull'immunità - come è già, per esempio, nell'ordinamento di Spagna, Francia, Germania e dell'Unione Europea- che "non dà ai funzionari eletti mano libera, ma serve a proteggere il diritto dell'elettorato di essere governato da persone che hanno scelto democraticamente". L'articolo è firmato Christopher Caldwell, che - tra le altre cose - si chiede se "le accuse contro Berlusconi nascono da una disinteressata richiesta di giustizia o dal desiderio una certa parte dell'elite italiana di rovesciare una scelta popolare che non le piace". Secondo il Ft, la verità è che da quasi 20 anni, in Italia, "i giudici godono di un livello di potere unico in Occidente". "Nei primi anni Novanta - ricorda il giornale - quando gli italiani avvertirono che non avrebbero piu' avuto bisogno di tollerare la corruzione che rientrava in un patto regolare della politica della guerra fredda, giudici ambiziosi destituirono le leadership dei principali partiti in processi corruzione...C'e' stata, in effetti, una reggenza giudiziaria sui funzionari eletti, con i giudici che hanno passato al setaccio la classe dirigente della generazione successiva". Ce lo ricordiamo tutti il periodo di Tangentopoli, con l'operazione Mani Pulite. "Giudici ambiziosi", scrive il Financial Times. Il riferimento a Antonio Di Pietro, credeteci, non è per niente casuale.
Ogni giorno è sempre più evidente che l’antiberlusconismo nasca da una colossale campagna mediatica basata sul falso. In particolare, da quando Berlusconi è sceso in campo, la sinistra ha sfruttato interminabili processi intrapresi da magistrati amici e che non hanno mai portato a nulla, ma che hanno influenzato pesantemente la vita politica. La puntualità con cui le toghe rosse agivano e le coordinate campagne dei media “amici” hanno aiutato ad inculcare nelle menti fragili di molti italiani la convinzione che berlusconi fosse un mafioso, un corruttore, addirittura un assassino. Ma Berlusconi ha resistito a tutto questo accanimento giudiziario e mediatico per oltre 13 anni, ed ora ogni accusa sta crollando miseramente. A nulla sono servite 2242 udienze e le ingenti spese che tutti noi, con le nostre tasse, abbiamo dovuto pagare: Berlusconi è un uomo incensurato, mai una condanna a suo carico. Ma i sinistri non mollano… anni di disinformazione hanno radicato in loro un odio talmente forte che non ammetteranno mai la verità. Se fate un giro per blog c’è ancora chi è convinto che Fininvest sia nata grazie alla mafia, che Berlusconi sia il mandante delle stragi di Capaci e via D’amelio, che sia stato condannato per falsa testimonianza nel caso p2.  

Prodi torna, ma vuole carta bianca.

Un "patto blindato" sul quale non si tratta. Sircana (portavoce di Prodi)

unico protagonista della comunicazione.

Il programma, più che una dichiarazione di ciò che si farà,

è un contentino per tranquillizzare su ciò che non si farà.
 

Dodici punti, un "patto blindato" sul quale, secondo Prodi, non si tratta. Anche se sembra soltanto un compromesso al ribasso. Il Programma 2 del Governo di centrosinistra non è altro che una dichiarazione d'intenti generalista che, paradossalmente, è chiara solo nell'assenza. Ce n'è per tutti: rispetto degli impegni internazionali (quali?), impegno per la cultura(come?), Tav (treni ad alta velocità), energia, liberalizzazioni, pensioni (senza dire però in che direzione dovrebbe andare la riforma), il solito sviluppo del mezzogiorno (toh, che novità...), e Sircana (portavoce di Prodi) unico protagonista della comunicazione. Il punto più importante è il cambio da "Distruzione sistematica della famiglia" a "Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia". Tanto per rendere chiaro che questo programma, più che una dichiarazione di ciò che si farà, è un contentino per tranquillizzare su ciò che non si farà. I DiCo (diritto di conviventi) sono, infatti, la vittima illustre della crisi di Governo. Povera Rifondazione Comunista, tutti a dargli addosso, e loro hanno addirittura indetto una manifestazione di piazza in sostegno di Prodi (un po' come se le volpi scendessero in piazza a difesa delle galline).
 

Magicamente, dopo aver raccontato per giorni che il problema era l'influenza della sinistra antagonista su temi come il lavoro o la politica estera, dagli impegni sparisce l'unico punto che era in contrasto con i partiti di centro. Strano, no? E che la mossa non sia casuale si evince dalle dichiarazioni di Mastella, che ieri ha ricominciato a ricattare, dichiarando: "I Dico vanno tolti dall'agenda politica. Questo deve essere chiaro e mi sembra che sia stato capito.” Si era appena finito di dire che il problema di Prodi erano i ricatti dei partitini, ed ecco che il partitino per eccellenza ha vinto la sua ennesima guerriglia permettendosi così di presentarsi Oltretevere per dire "missione compiuta". Certo, magari così si riuscirà a portare dalla parte della maggioranza Follini e i folliniani che di Berlusconi non ne possono più. E cosa volete che siano i diritti delle persone rispetto a 3 voti in più al Senato?

Il mondo della politica italiana è in subbuglio dopo le dimissioni di Romano Prodi.

Nei salotti televisivi i politici di maggioranza e opposizione fanno a gara

per rilasciare dichiarazioni. Niente paura: Prodi torna,

ma addio Dico (diritto di conviventi o matrimonio omosessuali).
 

Dopo le dimissioni di Romano Prodi, c'è aria di inciucio in giro... molto inciucio! L'espressione inciucio si riferisce genericamente a un accordo fra individui con elementi poco chiari (persino truffaldini). Dichiarazioni smorzate, contrastanti emergono da entrambi i poli... cosa che sicuramente non dipende solamente dal livello di confusione politica al momento. Cosa succederà adesso. Al momento sono in atto le consultazioni e le prime vocine aprono le porte a un "Prodi-Bis". La destra rifiuta però questa ipotesi dichiarando che un governo-bis non cambierebbe nulla. La sinistra invece è favorevole a un Prodi-Bis solo se si abbia una larga maggioranza... E dove trovare la maggioranza più ampia?? Ma è ovvio... col grande inciucio!!! Si parla infatti di coalizione con Follini (ma dico io!!!) e il movimento autonomo siciliano guidato da Raffaele Lombardo (che già, insomma... un movimento siciliano guidato da uno che si chiama Lombardo...) che dapprima alla domanda di un suo possibile appoggio all'Unione ha dichiarato: "Nessun accordo con l'Unione, non sono interessato. Noi non siamo interessati a questo governo e a questa maggioranza" ma solo 13minuti dopo si è corretto dicendo: " Se mi danno il Ponte voterei. "

   

Anna Finocchiaro invece cerca di raccogliere le briciole di pane: "non mi pare che ci siano all'orizzonte le condizioni per l'adesione di interi gruppi parlamentari, ma saranno benvenuti i singoli che si riconosceranno nel governo". C'è poi chi parla di nuove elezioni, magari non subito ma dopo aver cambiato la legge elettorale. Beh... per la destra sarebbe un invito a nozze; i consensi non potrebbero che portare a una loro vittoria. E poi ci sono le voci più sinistre, quelle che covano nell'ombra... le voci dei democristiani!!!!! Queste vocine sostengono che a far cadere veramente il governo Prodi è stato Andreotti per dimostrare la sua contrarietà sui "dico(omosessuali)", in accordo con Casini che aspettava questo momento da tempo, per fare il mega inciucione e riportare la forma di governo italiana al vecchio parlamentarismo compromissorio come un tempo. Non a caso è stata riformata la DC! La democrazia cristiana è sempre in agguato!

Calcio: sono sette i punti del decreto approvato dal Governo.

PARTITE A PORTE CHIUSE.

Divieto di accesso negli stadi innalzato fino a sette anni.

SPEZZARE LEGAME SOCIETA'-TIFOSI.

AGGRAVANTI PER I DELITTI DI VIOLENZA E RESISTENZA A POLIZIA

   

Divieto di accesso alle manifestazioni sportive preventivo ('Daspò) innalzato a sette anni ed esteso a coloro che sono sospettati di aver preso parte a episodi di violenza durante le partite; arresto in flagranza di reato differita da 36 a 48 ore; giudizio per direttissima anche per chi viene trovato in possesso di razzi, bengala e "fuochi" pirotecnici in genere; pene da 5 a 15 anni (anziché da 3 a 15) per chi commette violenza e resistenza a pubblico ufficiale con armi ma anche con il "lancio di corpi contundenti e altri oggetti, compresi gli artifici pirotecnici". Sono queste alcune delle principali misure contenute nella bozza di decreto legge in vista del consiglio dei ministri straordinario di oggi pomeriggio. La bozza del decreto legge è di sette articoli e potrebbe subire modifiche dell'ultima ora. Anche perché - secondo quanto si è appreso - il disegno di legge delega, annunciato ieri dal governo e che dovrebbe contenere ulteriori misure sul funzionamento degli stadi e sull'inasprimento di altre pene, ancora non è pronto: gli uffici tecnici dei ministeri dell'Interno, della Giustizia e dello Sport ci stanno ancora lavorando. Ecco, in sintesi, cosa prevede la bozza di decreto legge:

PARTITE A PORTE CHIUSE –
"Fino all'esecuzione degli interventi strutturali e organizzativi richiesti" per attuare quanto previsto dai decreti 'Pisanu, le partite di calcio ''possono essere svolte esclusivamente 'a porte chiuse'".
 

   

STOP A VENDITA BIGLIETTI IN BLOCCO A SQUADRE OSPITI –
Le società che organizzano le competizioni non possono più vendere,"direttamente o indirettamente", alla squadra ospitata, biglietti in blocco. E' vietato inoltre "vendere o cedere" alla stessa persona un numero di biglietti superiore a dieci. In caso di violazione si rischia da 10 mila a 150 mila euro di multa. Il divieto è immediato per cui i biglietti ceduti o venduti prima dell'entrata in vigore del decreto "non possono essere utilizzati".

'DASPO' PREVENTIVO FINO A 7 ANNI –
Il divieto di accesso negli stadi viene innalzato fino a sette anni e presuppone non più soltanto l'accertamento di un reato, ma "può essere altresì disposto nei confronti di chi, sulla base di elementi oggettivi (come ad esempio un rapporto di polizia pure su minorenni, ndr), risulta avere tenuto una condotta finalizzata alla partecipazione attiva a episodi di violenza in occasione o a causa di manifestazioni sportive o tali da porre in pericolo la sicurezza pubblica in occasione o a causa delle manifestazioni stesse". Previsto l'obbligo di firma in un comando di polizia durante la partita. Chi viola il 'Daspo' rischia da 6 mesi a tre anni di reclusione e una multa fino a 10 mila euro.Tra le altre misure previste dalla bozza di decreto legge, inoltre, ci sono: FLAGRANZA

 

DI ARRESTO ENTRO 48 ORE –
La polizia potrà arrestare in flagranza di reato differita fino a 48 ore (contro le attuali 36) chi in occasione di manifestazioni sportive risulta autore di un reato commesso con violenza alle persone o alle cose grazie a foto o video.
 

   

GIUDIZIO DIRETTISSIMO –
Verrà giudicato per direttissima non più solamente chi ha lanciato materiali pericolosi o ha fatto invasione di campo, ma anche i tifosi che vengono trovati in possesso di razzi, bengala e "artifizi pirotecnici" in genere.

SPEZZARE LEGAME SOCIETA'-TIFOSI –
Sembra essere questo l'obiettivo di un'altra norma contenuta nella bozza di decreto legge che estende le misure di prevenzione a coloro che sono indiziati di aver agevolato gruppi o persone che hanno peso parte attiva, in più occasioni, a manifestazioni di violenza durante le partite. Prevista inoltre la possibilità si sequestro di quei beni "la cui disponibilità può agevolare, in qualsiasi modo, le attività di chi prende parte attiva a fatti di violenza in occasione o a causa di manifestazioni sportive".

AGGRAVANTI PER I DELITTI DI VIOLENZA E RESISTENZA A POLIZIA –
Vengono portate da un minimimo di 5 a un massimo di 15 anni (anziché da 3 a 15) le pene per chi commette violenza e resistenza a pubblico ufficiale con armi ma anche con il "lancio di corpi contundenti e altri oggetti, compresi gli artifici pirotecnici in modo da creare pericolo alle persone".
 

Il Conclave di Caserta: rilanciare il programma del governo di centro-sinistra.

In trasferta il Consiglio dei Ministri, presieduto dal presidente Prodi.

Solo un risultato: una bella fumata nera.

di Giuseppe Ceresa

Si è tenuta lo scorso week-end, nella storica reggia borbonica di Caserta, una riunione "in trasferta" del Consiglio dei Ministri, presieduta dall'on. Prodi. In una così austera e non convenzionale sede lo scopo era di rilanciare il programma del governo di centro-sinistra; programma insidiato dai siluri dell'estrema sinistra, dai piagnistei dei centristiriformisti, e non certo sostenuto dai mass media e dall'opinione pubblica. Tutti si aspettavano nuove idee, progetti futuri, volontà di portare avanti quel rinnovamento, tanto sbandierato, del paese. Un primo banco di prova era il proporre una nuova e attuale legislazione per il sistema pensionistico. Riforma delle pensioni, che in tutti i paesi europei è al primo posto nell'agenda dei lavori dei vari governi. Caserta doveva dire qualcosa, ma il problema è stato da Prodi volutamente accantonato per una malcelata paura dei massimalisti della sinistra radicale. Il motto "giù le mani dalle pensioni" è tornato di moda, e per un governo che si regge per pochi voti la cosa migliore è procrastinare la riforma pensionistica "sine die". La sinistra ha poi insistito per il rispetto del programma di governo.
 

La sinistra chiede i PACS. (PACS - Patto Civile di Solidarietà: una forma di unione civile inizialmente approvata in Francia nel 1999 - Pacte civil de solidarité). Parlare di Pacs è come innestare una bomba, è un portare allo scontro fra radicali laici e cattolici. Bello sarebbe vedere cosa direbbero, e come si comportassero, i cattolici come Rutelli e Mastella! Anche le liberalizzazioni, proposte dal ministro Bersani, sono state messe in soffitta. Prodi è come l'allenatore di una squadra di calcio in profonda crisi. Ritiro pre partita, tutti insieme, volemose bene e tutti insieme pronti alla lotta contro il nemico comune, in questo caso Berlusconi. Ma come, e fino a quando questa armata Brancaleone marcerà insieme? L'odio comune verso il Cavaliere, verso Bossi, verso Fini non sarà sufficiente come collante quando si parlerà di PACS, di pensioni, di riforme. Caserta doveva risolvere i problemi più o meno visibili, doveva dare nuove motivazioni, nuove spinte: è stata solo un'operazione medianica, un cercare di buttare la polvere negli occhi di tutti gli italiani, un far credere quello che in effetti non esiste: la compattezza reale del governo Prodi. Quando un Conclave si conclude con un nulla di fatto c’è solo un risultato: UNA BELLA FUMATA NERA!

Giuseppe Ceresa


 

Prodi affonda: il 62% degli italiani lo boccia Un sondaggio recentissimo (21 dicembre)

un istituto serio (l’Unicab), un campione cospicuo (2.882 intervistati),

e un risultato politico esplosivo: il consenso di Romano Prodi

e del suo governo sta andando a picco.. ma gli elettori

non sono soddisfatti nemmeno dell’opposizione.

È questo il risultato di una ricerca demoscopica articolata che Il Giornale è in grado di illustrare in esclusiva, con molti elementi di interesse (ed anche qualche piccola sorpresa). Una sondaggio che colpisce anche perché rivela che gli elettori non sono pienamente soddisfatti nemmeno dell’opposizione. E infine, dati sorprendenti anche sulle intenzioni di voto dei partiti, dove si assiste a un sorpasso che mesi fa pareva impossibile: Forza italia diventerebbe la prima formazione (con il 29 per cento netto), mentre l’Ulivo perderebbe cinque punti rispetto al dato delle elezioni politiche, passando dal 31.3 al 26.3 per cento. Consenso a picco. Ma procediamo con ordine. Il primo dato che colpisce, ovviamente, è il calo del consenso al governo, una tendenza che è stata registrata da molti istituti, in questi mesi, ma che nel caso di questo sondaggio assume proporzioni dirompenti: secondo quanto registra l’Unicab, il 62.2 per cento degli intervistati boccia l’esecutivo di Romano Prodi, e solo il 37.3 per cento lo promuove. Un dato che sorprende anche per un altro particolare, nient’affatto irrilevante. Gli incerti sono pochissimi: solo lo 0.5 per cento degli intervistati, infatti, non risponde. Secondo le rilevazioni omogenee dello stesso istituto, a maggio il 41.7 per cento degli interpellati aveva promosso Prodi: il che significa una perdita di quasi 5 punti.
Voto di appartenenza. Ancora più forte il dato sul voto di appartenenza agli schieramenti. Qui il crollo fra coloro che si pronunciano è ancora più drastico di quello che si registra sulla squadra di governo e sul premier: solo il 28.5 per cento del campione, infatti, dichiara la sua disponibilità a votare uno qualsiasi dei partiti di centrosinistra.

Un dato di tendenza esattamente opposta a quello che si registra nella domanda analoga per il centrodestra, a cui il 40% degli elettori riconfermerebbero la loro fiducia (L’unica incognita, in questo caso, è l’alto numero di incerti: coloro che non si pronunciano, infatti sono il 31.1 per cento degli interpellati).
Il giudizio sull’opposizione. Malgrado questa compattezza nel consenso, però, anche il comportamento dell’opposizione non soddisfa pienamente gli elettori. Se il 43 per cento dà un voto dal sei in su alla coalizione, il 54 per cento vorrebbero che la sua presenza in Parlamento fosse più netta e incisiva, così come più saldi i rapporti fra gli alleati.
Ma i diagrammi del sondaggio sgranati mese per mese danno un’immagine inequivocabile delle tendenze elettorali, e di due correnti profonde dell’opinione pubblica italiana: a maggio, subito dopo il voto l’Unione raccoglieva il massimo dei consensi e poi è andata calando di mese in mese, fino ad arrivare a dicembre al minimo storico del 28.5 per cento. Nello stesso periodo il consenso al centrodestra non ha fatto altro che crescere, passando da poco meno del 40 per cento (39.5) fino al 43.7 attuale.
 

Il voto ai partiti. Ecco perché, nell’ultima parte del sondaggio, quella che monitora le intenzioni di voto lista per lista, tutto quello che abbiamo detto appare con ancora maggiore chiarezza. Il primo dato, ovviamente è quello sui due schieramenti. Il centrodestra, nonostante la parziale insoddisfazione dei suoi elettori, riuscirebbe comunque a recuperare i suoi scontenti, collocandosi al 57.9 per cento dei voti (era al 49.7, come è noto, alle elezioni politiche). Il centrosinistra, invece, passerebbe dal 49.8 delle politiche al 41.4 di questo rilevamento percentuale. Altro dato che colpisce: tutte le liste dell’Unione, chi più chi meno, perdono consensi: crollerebbe l’Ulivo, dal 31.3 al 26.3. Calerebbe l’

Udeur (poco, dall’1.4 all’1.2). Calerebbero Rosa nel pugno (dello 0.3) Verdi (dello 0.1), Pdci (dello 0.4), Rifondazione comunista (addirittura di un punto) e Italia dei Valori (dal 2.3 all’1.9). Centrodestra in crescita. Mentre per un fenomeno opposto e speculare, crescerebbero tutti i partiti del centrodestra: Forza Italia con l’impennata che abbiamo ricordato, ma anche An di quasi due punti (più 1.9), l’Udc che arriva al sette per cento (più 0.2) e anche la Lega che supera la barriera del 5 per cento (più 0.5). Insomma, un dato che sconta una sola incognita, quella del 31.1 per cento degli elettori che non si pronuncia, è incerto o dice che non voterebbe per nessuno. Ma anche questa percentuale è in linea con quella dichiarata negli altri mesi. Così, il campanello di allarme Prodi e la sua coalizione registra il punto più alto di crisi mai raggiunto dal voto delle politiche ad oggi.


 

Su Prodi una domanda non riesco a trattenerla:

per quanti giorni ancora Prodi continuerà a dirci che è sicuro

di poter governare per cinque anni?

La risposta è: al massimo fin dopo Pasqua, se proprio è testardo.

Poi qualcuno gli farà capire che si sta proiettando un film diverso.

Mi hanno sinceramente fatto ridere i proclami - "Nessun accordo! Se mai, si va a nuove elezioni!" - di alcuni esponenti del centrosinistra, durante l'altalena, grottesca ed estenuante, dei sondaggi, delle proiezioni, dei risultati evanescenti. Cari amici del centro, cari amici di sinistra, marxisti e comunisti immaginari: l'unico che abbia veramente interesse ad andare a elezioni ravvicinate è il Cavaliere. E' lui il più forte. Non inganni il suo appello a una possibile, Grande Coalizione: a mio parere, è solo una intelligente astuzia tattica. Berlusconi ha sfiorato il traguardo nelle condizioni peggiori, pagando una serie di errori gravissimi (in primo luogo, la rinuncia ai radicali). Non solo: è stato "tradito" o ostacolato o mal sostenuto dai suoi alleati e ha dato il meglio di sè solo negli ultimi giorni... Ora che "sa" di poter vincere, ora che i suoi alleati lo sanno, e lo sa la mezza Italia che ha votato per lui e anche una parte della mezza Italia che gli ha votato contro... ma ve l'immaginate cosa sarebbe capace di scatenare, con le sue enormi risorse, il Cavaliere, nel caso si dovesse andare nuovamente alle urne?

Non diciamo sciocchezze, per favore, guardiamo la realtà: in politica la verità è spesso il contrario di ciò che appare. Il centrosinistra grida di voler andare, eventualmente, a nuove elezioni: in realtà tutto farà, pur di non andarci. Il Cavaliere generosamente e maestosamente si dice pronto a una Grande Coalizione: in realtà è pronto a misurarsi in nuove elezioni. Sarebbe una pacchia, per lui. Proviamo a seguire un ordine logico. Il punto di partenza è evidente a tutti, anche se il centrosinistra finge ancora di non accorgersene: il risultato per il Senato prevede, senza accordi correttivi, un'assoluta ingovernabilità. Quattro, cinque punti di vantaggio sono un'inezia: senza contare le divisioni, le contraddizioni all'interno della maggioranza. Ogni respiro, ogni sospiro (non dico neanche ogni piccola legge!) emesso e approvato alla Camera rischia, puntualmente, di franare al Senato. Certamente Prodi potrebbe provare a governare - i numeri in teoria glielo consentono - ma si tratterebbe di un consapevole, grave danno inflitto al Paese, condannato a restare senza bussola e senza certezze per alcuni mesi - fino a un'inevitabile resa dei conti. Non credo che i leader più avveduti dell'Unione vogliano avventurarsi su questa strada temeraria, insidiosa. E cosa può avere in mente infine il Cavaliere, se non si andrà a nuove elezioni?

Il governo Prodi, con tutti i suoi ministri,
sottosegretari e poltronati vari, costerà 1 milione e 375 mila euro

in più rispetto ai precedenti esecutivi della storia della Repubblica.

E chi paga? Noi, con la finanziaria. La mangiatoia di Natale.
 

Romano Prodi che dopo questi 6 mesi disastrosi di governo ci regala un altro record in negativo. Sono infatti venuto a sapere che il governo più "poltronato" della storia della Repubblica, quello con più sottosegreterie, quello che non avrebbe dovuto "pesare" sulle tasche dei contribuenti alla fine costa in più allo stato 1 milione e 375 mila euro rispetto ai precedenti governi della storia della Repubblica. E la notizia non viene da fonte sconosciuta, ma dalla Corte dei Conti nella relazione quadrimestrale sulle coperture e gli oneri delle leggi approvate in Parlamento. Non è bastato che Padoa Schioppa ci abbia rivelato (come lo stesso Bersani ieri a Porta a Porta) di come la finanziaria avrebbe potuto essere tranquillamente di 15 miliardi, non è bastata l'impennata della spesa pubblica corrente (arriverà un surplus di 9 miliardi di Euro), adesso veniamo a sapere anche questa. Ha fatto bene Prodi a meravigliarsi al Motor Show. Ha fatto bene a meravigliarsi che non gli abbiano tirato dietro dei cerchioni di automobile. Ecco forse in questo dovrebbe meravigliarsi. La legge dell'aumento dei dicasteri voluta dal governo Prodi avrebbe dovuto essere (come da lui affermato) a costo zero ed invece "sorpresa", a costo zero non è, e la carica dei 104, indovinate un po' chi la pagherà ? Come al solito per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, per accontentare la miriade di partiti che compongono lo sgangherato "carretto" dell'Unione adesso i contribuenti si troveranno a sborsare per delle poltrone in più completamente inutili se non a soddisfare i capricci dei partiti.

E capendo come l'aumento dei dicasteri sarebbe stato impopolare e malvisto dall'opinione pubblica, in fretta e furia si era addirittura deciso di inserire nel testo del decreto legge l'invarianza di spesa. Bel film. Peccato che però questa sia la triste realà . E se ci pensiamo bene, come sarebbe stato possibile aumentare i dicasteri senza fare lievitare la spesa? Per Prodi che è un "grande" economista lo sarebbe stato. Per le calcolatrici invece la cosa è cambiata dato che la matematica non è un'opinione. Ma nella tragedia c'è anche un aneddoto simpatico. Questo surplus di spesa non si sa ancora chi andrà "azionisticamente" a pagarla. Sembrerebbe che l'onere spetti al Ministero degli Esteri, grazie ad un accantonamento di denaro pubblico. Paga "lo skipper Massimino" insomma, e la cosa scricchiola perché quegli accantonamenti sono "prioritariamente destinati all'adempimento di obblighi internazionali" e quindi, se devono essere usati per le "poltrone", mancheranno, come è ovvio prevedere, per le spese diplomatiche.
Insomma oltre al danno "la burla", per un governo che aumenta a dismisura la spesa pubblica e non riesce neanche ad organizzarsi per coprirla, oltre al fatto che come al solito, chi paga, siamo sempre noi.
 

E' boom delle entrate fiscali:

da gennaio a novembre sono aumentate di 37 miliardi

di euro rispetto allo scorso anno.

In termini assoluti l’Italia ha incassato 366,7 miliardi di euro.

Ma non eravamo un paese sull’orlo della bancarotta?

In campagna elettorale la sinistra ha raccontato un sacco di balle.

E' boom delle entrate fiscali: da gennaio a novembre sono aumentate di 37 miliardi di euro, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In termini assoluti l'incasso è stato pari a 366,7 miliardi di euro contro 329,6 dello stesso periodo dell'anno precedente. Maggioranza e opposizione continuano a contendersi il merito delle entrate fiscali record nel 2006. Se in 80 giorni qualcuno riuscì a fare il giro del mondo, perchè mai Romano Prodi non può aver sistemato il Paese, rimesso in ordine i conti dello Stato ("rischiamo di portare i libri in Tribunale", ricordate?), risolto il problema della terza settimana ("le famiglie italiane non arrivano alla terza settimana del mese", ricordate?), risolto il problema del pane e del latte ("gli italiani sono ridotti a mangiare pane e latte", ricordate?), sistemata l'odiosa questione dell'evasione fiscale ("dichiareremo guerra agli evasori", ricordate?), risolto il problema del caro-euro ("il governo Berlusconi ha fatto aumentare i prezzi"), risolto il problema del caro-benzina ("il governo Berlusconi ha aumentato la benzina")?

Soltanto gli stupidi possono credere che il boom delle entrare fiscali sia da attribuire all'attuale governo. Prodi, purtroppo, non è un mago, e la sua magia non può avere efficacia retroattiva: i dati delle entrate fiscali sono riferiti ai primi sei mesi dell'anno. Prodi governa (si fa per dire) da ottanta giorni, durante i quali si segnala solo il provvedimento che permette di vendere le aspirine nelle Coop. Il resto è noia. Diamo a Berlusconi e Tremonti quello che è di Berlusconi e Tremonti. La politica fiscale del precedente Governo ha permesso di ottenere questo eclatante gettito fiscale. In campagna elettorale la sinistra ha raccontato un sacco di balle.
Il governo Berlusconi premia l'evasione, ci dicevano. L'Italia è alla bancoratta, ci dicevano. Le famiglie italiane non arrivano alla terza settimana del mese, ci dicevano (poi all'improvviso si parlò addirittura della seconda settimana). Erano tutte balle. Dalla prima all'ultima. Non solo il governo Berlsuconi ha contrastato l'evasione fiscale, ma i conti dell'Italia sono in ordine (e sono anche buoni). Erano tutte menzogne costruite per raccattare qualche voto. Falsità ben vendute dalla grande stampa compiacente, evidentemente non controllata dal dittatore Berlusconi.

La grandissima manifestazione di Roma ha portato alla ribalta un dato di fatto:

il nuovo Partito italiano della libertà; l'erede di Silvio Berlusconi, #

da lui battezzato pubblicamente,

Gianfranco Fini; il suicidio politico di Casini

A Roma una grande, grandissima manifestazione di popolo. La piazza rigurgita, stracolma, di oltre un milione di persone del centrodestra rappresentate dalle bandiere e dai leader di partito fedeli e vicini al fondatore della Casa delle libertà, Silvio Berlusconi, il padre di questo popolo.
A Palermo, in un medio piccolo palazzetto dello sport, appunto, una normalissima manifestazione di un piccolo partito, l'Udc, che di roboante ha solo il nome di battesimo del suo segretario. A Roma, l'intero popolo italiano, rappresentato idealmente da oltre un milione e mezzo di partecipanti alla straordinaria manifestazione di piazza, abbraccia e riconosce in Silvio Berlusconi il suo leader naturale, tributandogli autentico calore umano, affetto e stima personale, morale e politica. Ma sempre a Roma, all'ombra del grande e insostituibile padre della Casa della libertà, esce allo scoperto la figura sempre più definita e chiara di un delfino pronto a raccogliere l'eredità del fondatore. Con un intervento lucido, appassionato e carico di contenuti, Gianfranco Fini si è imposto alla ribalta dell'intero popolo del centrodestra esibendo una straordinaria dimostrazione di autorevolezza e di fluidità verbale oltre che di comportamento. Bravo e intelligente.

A Palermo, invece, il piccolo comizio del leader dell'Udc, organizzato per distinguersi ancora una volta, si trasforma nel suicidio politico del suo ambizioso leader, dimostrando che anche in politica la lealtà e il rispetto pagano molto di più di quanto non facciano opportunismo e piccoli calcoli personali di bottega. E così, mentre Fini si consolida definitivamente, di fronte all'Italia e all'intero popolo del centrodestra, come il numero due in assoluto più accreditato da Berlusconi e dalla grande piazza di Roma, a Palermo, nel piccolo palazzetto scelto dall'Udc, Casini si accredita come il numero uno di una piccola minoranza destinata a essere letteralmente inghiottita dal fiume degli eventi. Miope e punito. In conclusione una riflessione sull'intera manifestazione e sulla presenza della Cdl in piazza. Due richieste e un dato di fatto. Le due richieste, che diventano la linea politica delle prossime settimane, le ha espresse il leader del centrodestra. La prima, sul fronte istituzionale: ricontare le schede elettorali, tutte, quelle nulle e quelle bianche. Lo richiede da mesi, tra i lazzi e i sorrisini del centrosinistra, il presidente Silvio Berlusconi ma adesso lo richiede l'intero popolo del centrodestra e i suoi rappresentanti dovranno manifestare questa urgenza al presidente della Repubblica.
 

A questo punto è un dovere istituzionale grave e impegnativo. Diversamente, se questa possibilità fosse ancora negata, si torni alle urne. La seconda richiesta proveniente dal leader è che da Roma è nato, di fatto, il nuovo Partito italiano della libertà, aderente in toto al manifesto programmatico del Partito popolare europeo. Il suicidio politico di Casini è quello di restarne fuori, il dato di fatto politico è che dalla grande manifestazione popolare di Roma, insieme al Partito della libertà è venuto alla luce, indiscutibilmente, anche l'erede di Silvio Berlusconi da lui battezzato pubblicamente, da oggi, con il nome «dell'amico e mio vicepresidente del Consiglio: Gianfranco Fini». L'erede ha capito l'antifona e ha saputo subito trarne profitto: ha svolto un discorso da autentico leader politico di razza e ha chiamato volutamente Silvio Berlusconi presidente del Consiglio. I due si intendono a meraviglia, Umberto Bossi condivide, la Casa del centrodestra, unita più che mai applaude e, mentre Prodi si deve preparare a fare le valigie, Casini medita e piange.
 

BOSSI: ''SILVIO, TIENI DURO. NAPOLITANO, VOGLIAMO TORNARE A VOTARE''.

 ''Secondo me Berlusconi e' ancora l'unico leader possibile della Cdl''

e ''ha ancora molta voglia di fare politica'',

ha dichiarato il leader della Lega, Umberto Bossi.

''Secondo me Berlusconi e' ancora l'unico leader possibile della Cdl'' e ''ha ancora molta voglia di fare politica'', ha dichiarato il leader della Lega, Umberto Bossi, poco dopo essere giunto al corteo che si e' riunito a Circo Massimo, per unirsi alla manifestazione contro il governo Prodi. ''Casini - ha aggiunto Bossi - e' convinto che la Cdl sia finita e probabilmente andra' per la sua strada. Ma la Cdl e', secondo me, abbastanza forte per far finta di niente. E' inutile creare pasticci, anzi e' meglio limitare quelli che ci sono gia'''. E dal palco, ''Silvio, 'ten dur', tieni duro!'' e' stato l'incitamento del leader della Lega a Berlusconi. Poche parole, gridate con passione ai microfoni, subito sommerse da un'ovazione della folla. Ma anche un invito che riceve subito dopo la risposta del leader di Forza Italia e della Cdl, Silvio Berlusconi: ''Tieni duro. Lo considero un comandamento. Sara' il nostro imperativo categorico'', replica Berlusconi salendo sul palco. Da Bossi arriva un appello al presidente della Repubblica: ''Caro Napolitano, la gente vuole tornare a votare'' perche' ''la democrazia si delegittima per le scelte sbagliate fatte da questo governo''. ''Milioni di persone sono venute in massa qui a chiedere Prodi di andarsene - ha aggiunto - questo e' un governo delegittimato dalle scelte che ha fatto''.
 

Bossi ha sottolineato come quello che ci governa oggi sia ''uno Stato che strappa a tutti i soldi per poi darli a chi vuole lui'', uno ''Stato etico del consumismo che ripercorre la stessa esperienza e ripropone gli stessi valori dell'Urss''. Il ''senatur'' e' salito sul palco della manifestazione dopo essere stato presentato con grandissimo affetto e trasporto dal presidente di An, Gianfranco Fini. ''Voglio essere io, e ringrazio Silvio che mi ha pregato e permesso di farlo, a presentare alla citta' di Roma - ha detto - dove An ha un grande consenso, un uomo che nel momento della sofferenza ha dimostrato di essere un vero uomo''. Bossi, iniziando il suo discorso ha detto di essere ''orgoglioso di vedere qui tutta questa gente. E' molto bello'' e non ha dimenticato, concludendo il suo intervento, di rivolgere ''un applauso alla mia Lombardia e al mio Veneto'' aggiungendo: ''Vi voglio molto bene''. E non e' mancata una stoccata alla ''grande assente'': ''Non ci siamo neppure accorti che manca l'Udc'', ha dichiarato il leader della Lega.
 

FINI OMAGGIA ''BERLUSCONI PREMIER''. E ''NON E' UN LAPSUS''.

''C'e' quell'Italia che in questi anni ha dimostrato di credere nel futuro,

come affermato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi...''.

''C'e' quell'Italia che in questi anni ha dimostrato di credere nel futuro, come affermato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi...''. Lo ha detto il presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, nel corso del suo discorso finale alla manifestazione del centrodestra contro la finanziaria del governo Prodi, spiegando subito dopo che il termine usato presidente del Consiglio, ''non e' stato un lapsus, ma un omaggio''. Un omaggio, quindi, nei confronti del leader di Forza Italia che ha condiviso con lui ''un impegno reciproco, un giuramento di lealta', perche' non servono le invidie e le malizie di qualcuno, le indiscrezioni fornite o le polemiche inventate ad arte, per dividere quello che questa piazza unisce. Con l'obiettivo di dare una seria alternativa al peggior governo che l'Italia abbia mai avuto''. ''Gli amici dell'Udc siano convinti del fatto che se vogliamo cambiare l'Italia deve andare avanti chi ha i meriti''. E ''chi ha preferito distinguersi, si assuma le proprie responsabilita''' ha ammonito Fini, riferendosi all'assenza dell'Udc dalla manifestazione a Roma.
Il passaggio e' stato accompagnato da continui fischi, indirizzati evidentemente all'Udc da parte dei manifestanti che riempiono il piazzale antistante il palco. ''Le centinaia di migliaia di donne, anziani, operai, italiani insomma, che questa sera hanno dato vita a un imponente e indimenticabile manifestazione, rappresentano la maggioranza del nostro popolo'', ha anche detto il leader di An dal palco. ''Un grande atto d'amore - ha aggiunto - nei confronti della nostra patria, dell'Italia che ama i suoi caduti, che non vuole la droga libera, che non vuole i clandestini in liberta''.

''Se ci prepariamo alle elezioni dell'anno prossimo e ci muoviamo insieme, facendo insomma cio' che la piazza ci chiede, quel che oggi puo' apparire lontano in realta' e' assai piu' vicino di quanto si possa pensare. Anche perche', hanno la maggioranza in Parlamento, ma non nel Paese'' ha detto il presidente di Alleanza Nazionale in uno dei suoi passaggi principali, che oggi hanno richiamato piu' volte all'unita' all'interno del centrodestra, in modo da tornare presto al governo. Fini ha sottolineato che ''i nostri avversari hanno cercato di dividerci'', facendo quindi intendere ''inutilmente'', anche perche' il collante del centrosinistra e' ''l'odio nei confronti di Berlusconi e della Cdl''. Il leader di An ha poi detto che tra centrosinistra e centrodestra vi e' una ''differenza morale''. ''Qui c'e' l'Italia che rispetta le leggi - aggiunge l'ex vice premier - non solo quella che lavora ed e' onesta, unita dai valori della liberta'''. Fini ha aggiunto che ''dobbiamo operare e costruire il nostro futuro di benessere, di democrazia'' ricordando che ''la Cdl non e' un fatto transitorio ma e' destinata a restare e a rappresentare una certezza per il futuro. Qui, come dieci anni fa, ricomincia la riscossa''. ''Il centrosinistra sara' sconfitto - ha proseguito - e il nostro popolo tornera' ad essere governato da valori, principi, idee''. Rinnovando il suo appello all'unita' all'interno del centrodestra, il presidente di An ha affermato infine che ''non bisogna distinguersi in presunti moderati e presunti estremisti. Qui c'e' l'Italia del futuro''.

OLTRE UN MILIONE A SAN GIOVANNI,

unito contro il governo Prodi e la sua legge finanziaria.

Questa l'immagine fornita oggi dal centrodestra agli italiani. Da Roma,

dove hanno 'sfilato' Fi, An e Lega Nord, e da Palermo,

dove si e' svolta una manifestazione dell'Udc,

l'opposizione ha lanciato un chiaro messaggio.

Unito contro il governo Prodi e la sua legge finanziaria. Questa l'immagine fornita oggi dal centrodestra agli italiani. Da Roma, dove hanno 'sfilato' Fi, An e Lega Nord, e da Palermo, dove si e' svolta una manifestazione dell'Udc, l'opposizione ha lanciato un chiaro messaggio al centrosinistra al potere: la convinzione di rappresentare la maggioranza del Paese. Anzi, secondo il leader di Fi, Silvio Berlusconi, lo era gia' quando si voto' lo scorso aprile, tant'e' che - ha ribadito l'ex premier - ''richiediamo il riconteggio di tutte le schede, delle schede valide, bianche e nulle''. Nella 'rossa' Piazza di San Giovanni di Roma, 'rossa' perche' scelta abitualmente da sinistra e sindacati per le proprie iniziative di massa, il centrodestra ha portato un imponente numero di persone (come in ogni manifestazione, i numeri divergono secondo le stime delle forze di polizia e degli organizzatori, cosicche' le prime parlano di centinaia di migliaia di partecipanti, le seconde di oltre un milione; anzi, Berlusconi dal palco ha parlato di oltre due milioni), accorse da tutta Italia per protestare contro ''il governo delle tasse'' e per manifestare il proprio affetto a Berlusconi dopo il malore che lo ha colpito domenica scorsa a Montecatini. Sul palco, alle cui spalle campeggiava un'enorme scritta 'Contro il regime per la liberta', sono intervenuti, nell'ordine, Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi. Il leader di Fi ha duramente attaccato la finanziaria scritta all'insegna di ''anche i ricchi piangano'', laddove i ricchi sono i lavoratori in genere, in specie gli artigiani, senza provvedere - come vantato dal centrosinistra - ad un effettivo, sia pure parziale, riequilibrio fiscale in favore delle categorie piu' deboli. Quindi - ha detto Berlusconi - ''noi vogliamo mandare a casa un governo che distrugge la fiducia dei cittadini nello Stato, che aumenta le tasse, che riduce la liberta' di ciascuno di noi''.
Un accenno anche ai distinguo dell'Udc. ''Questo - ha detto Berlusconi - non e' il momento delle divisioni, ma dell'unita' nel nome della liberta'''. Fini ha rivolto un omaggio a Berlusconi definendolo ''presidente del Consiglio'' (e ''non e' stato un lapsus'', ha precisato). Ha quindi affermato che con il leader di Fi ha un obiettivo comune, quello ''di dare una seria alternativa al peggior governo che l'Italia abbia mai avuto'' e ''le centinaia di migliaia di donne, anziani, operai, italiani, insomma, che questa sera hanno dato vita a un imponente e indimenticabile manifestazione, rappresentano la maggioranza del nostro popolo''. Anche Fini ha fatto un rapido accenno all'Udc dicendo che ''chi ha preferito distinguersi si assuma le proprie responsabilita'''.

Ha quindi parlato Bossi ed a presentarlo alla folla e' stato lo stesso Fini, come 'padrone di casa' (a Roma An e' il primo partito del centrodestra). Il leader del 'Carroccio', rilevato che ''milioni di persone sono venute in massa qui a chiedere a Prodi di andarsene'' perche' ''questo e' un governo delegittimato dalle scelte che ha fatto'', si e' rivolto direttamente al capo dello Stato dicendo ''caro Napolitano, la gente vuole tornare a votare'' perche' ''la democrazia si delegittima per le scelte sbagliate fatte da questo governo''. Al centrodestra accorso in massa a Roma ha fatto il controcanto, dal Palasport di Palermo, davanti a circa dodicimila persone, Pier Ferdinando Casini. Il leader dell'Udc, dopo aver rivolto ''un forte abbraccio a Silvio Berlusconi'' che ''va oltre ogni ragione di dissenso politico'', ed aver rimarcato che ''con An e Fi c'e' un unico comune denominatore che e' l'opposizione a questo governo'', ha rivendicato alla scelta di autonomia dell'Udc dagli altri partiti del centrodestra ''il coraggio di voler cambiare l'Italia, di cambiare il governo ed anche di cambiare il modo di fare opposizione''. Come ha reagito il centrosinistra alla giornata di protesta del centrodestra? Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha detto che non cambiera' le decisioni del governo, ''prese in piena coscienza per l'interesse di tutti gli italiani ed e' l'interesse di tutti che a me preme. Se ci sono persone scontente - ha aggiunto - manifestano, si vedranno i risultati''. A sua volta Piero Fassino, segretario dei Ds, ha detto che ''con il no non si guida un Paese'' e che l'assenza dell'Udc dalla manifestazione romana testimonia la crisi del centrodestra. Lapidario Massimo D'Alema: ''Berlusconi conservi il fiato, noi intendiamo governare per 5 anni''. Al di la' di queste recise e formali liquidazioni della protesta, il 2 dicembre pone sicuramente dei problemi ad entrambe le coalizioni. Al centrodestra che deve prendere atto che la Cdl e' finita e che bisogna costruire qualcosa di diverso per tenere insieme la coalizione. Al centrosinistra che la finanziaria non e' stata accettata, forse anche perche' non compresa, da larghi strati della popolazione, anzi, stando ai sondaggi, dalla maggioranza degli italiani. Ne' si puo' pensare che una cosi' imponente partecipazione alla kermesse romana sia dovuta solo alla 'precettazione' dei tesserati di partito. A meditare, soprattutto, sono chiamati i 'moderati e riformisti' dell'Unione, finora apparsi un po' schiacciati dal protagonismo della sinistra alternativa ed antagonista, che rischiano di pagare le conseguenze di un asse di governo spostato a sinistra.
 

Finanziaria leggera o pesante.

Da 35 miliardi di euro, cioè, o da 30 o da 27 o da 25

(ma, magari, anche meno). Turani(di Repubblica)

arriva a scrivere che "Berlusconi e Tremonti" erano meglio

di questa gente (la sinistra). Caspita, che affermazione.

   

"La politica italiana (o, almeno, una parte della politica) sa raggiungere vertici di ridicolaggine che probabilmente non hanno uguali in nessun altro paese del mondo. Come quelli che stiamo vedendo in questi giorni nel dibattito su Finanziaria leggera o pesante. Da 35 miliardi di euro, cioè, o da 30 o da 27 o da 25 (ma, magari, anche meno). La tesi sostenuta dalla sinistra radicale (ma anche dai sindacati e da certi "popolari") è la seguente (di apparente buonsenso): poiché l’economia va meglio del previsto non è necessaria una Finanziaria pesante, si può stare più leggeri. Così il popolo soffrirà meno.
Una classe politica (soprattutto di sinistra) un po’ avvertita avrebbe dovuto dire: visto che le cose vanno bene, approfittiamone per dare una spallata a questo immenso debito pubblico che ci soffoca e quindi invece di fare una Finanziaria di appena 35 miliardi di euro, facciamola di 40 o di 45. Invece no, si è detto tutto il contrario. Con l’occhio rivolto agli elettori di dopodomani. Quasi quasi erano meglio Berlusconi e Tremonti di questa gente". Ricordate gli editoriali di Turani durante la campagna elettorale? Ricordate la falsità delle sue affermazioni? Ricordate gli "italiani non arrivano alla quarta settimana", che poi diventò "non arrivano alla terza"? Ricordate "gli italiani non possono comprare nemmeno il latte per i figli"? Ricordate l'Italia con i libri in Tribunale?
Bene, a campagna elettorale finita le menzogne non hanno più senso. In un editoriale, Turani arriva a scrivere che "Berlusconi e Tremonti" erano meglio di questa gente (la sinistra). Caspita, che affermazione. Cari elettori di sinistra, ora Turani lo può dire. Che pretendete, prima vi stava solo prendendo per il culo.

Emendamenti alla finanziaria:

o si trova la copertura economica oppure si procede a mettere la fiducia.

Vogliamo aiutare i parlamentari nella loro opera

di reperimento dei fondi pro-finanziaria. Un parlamentare guadagna 19.000

ed ha diritto a tutta una serie di vantaggi.

Un parlamentare guadagna 19.000 euro lordi al mese ed ha diritto a tutta una serie di vantaggi che costano un bel po’ di soldi alle casse dello Stato (cioè a noi contribuenti). Tra questi vantaggi c’è il diritto al portaborse che costa € 7.804.232. Dato che non si fanno concorsi per diventare portaborse, né esiste una graduatoria nazionale o un albo professionale per tali “salariati”di lusso, se ne deduce che trattasi di persone di fiducia o amici da sistemare in qualche modo. Ma andiamo avanti. I parlamentari hanno anche diritto al rimborso mensile delle spese di affitto pari a € 5.621.690. Oltre a ciò, c’è un rimborso spese forfetario per € 1.001 (caviar and champagne?) e un rimborso spese di viaggio per € 2.052. Questo è tutto ciò che si può monetizzare, poi ci sono una serie di altri benefici come la tessera per il cinema gratis (e che sarà mai, con lo schifo di films proiettati nelle sale oggigiorno), viaggi aerei nazionali, tessera autostrade e tessera Fs, nonchè corsi di lingua e di computer per innalzarne lo status culturale. A dir il vero, dovrebbero organizzare dei corsi di Storia per i deputati, considerate le figure che fanno ogni qual volta viene chiesto loro di un evento storico importante.

   

Insomma, se il parlamento è l’organo degli italiani migliori possiamo pensare che il popolo italiano non stia combinato proprio bene. Ovvero, non si può dar torto all’adagio di Montesquieu per cui ogni popolo ha il governo che si merita. Tuttavia, per noi italiani sembrerebbe più adatto il decoubertiniano “l’importante è partecipare”. Ma torniamo ai nostri cari parlamentari. 19.000 euro di stipendio, più 7.804.232 di portaborse, più 5.621.690 di rimborso affitto, più 1.001 di rimborso forfetario, più 2.052 di rimborso viaggi fanno € 35.480.152. Il tutto va, ovviamente, moltiplicato per 630 deputati per un totale di € 22.352.495,76 mensili, che, ancora, moltiplicati per 12 mesi fanno € 268.229.949,12. Ci sono poi i senatori da conteggiare, ma qui la facciamo breve: la spesa complessiva per lo stipendio dei 322 senatori, incluse indennità parlamentari, diarie e compensi vari, nel 2006 è stata di 80 milioni 360 mila euro. Per il 2007 sarà invece di 83 milioni 760 mila. Su per giù siamo già intorno ai 351.989.949 e rotti. A questo punto dovremmo conteggiare lo stipendio dei ministri, sottosegretari, ecc. ecc. ma con i conti ci fermiamo perché la provocazione dovrebbe essere ormai chiara. Il fatto è che questa gente, che guadagna così tanto, non fa nulla per il miglioramento del nostro sistema-paese ed, anzi, aggrava, di anno in anno, la nostra situazione economica. Il popolo italiano dovrebbe imporre che lo stipendio dei parlamentari sia vincolato alla produttività del nostro sistema economico. Che “assaggino” anche loro che cos’è la flessibilità, almeno quella retributiva.Il tutto, chiaramente, partendo da un immediato dimezzamento dell’attuale stipendio base, al netto delle imposte. Inoltre, perché mai voi dovreste andare in pensione dopo 35 mesi con € 4.762.669 e vi sentite in diritto di criticare sulle casse dell’INPS in rosso?

Prodi reagisce con un: "Ma siamo matti, ma siamo veramente impazziti".

Impazziti sono i sindaci, i professionisti, i commercialisti,

i negozianti, i medici, i dipendenti del pubblico impiego.

Cinquantasei milioni di pazzi. Con una sola eccezione: è lui l'unico a preoccuparsi.
 

Sì, noi italiani siamo impazziti. Impazzita è Rita Levi Montalcini, premio Nobel, che si aspettava dal suo governo un investimento sulla ricerca. Impazzito è il ministro degli Esteri D'Alema che ha chiesto maggiori fondi per la Farnesina. Impazzito è Giuliano Amato che si è preoccupato per le risorse del ministero dell'Interno. Impazzito era Carlo Azeglio Ciampi quando ha parlato di una Finanziaria senza anima. Impazzito era il governatore Draghi quando ha chiesto riforme strutturali. Impazzito è il senatore Pallaro, alla voce finanziamenti per gli italiani all'estero. Impazziti sono i sindaci, i professionisti, i commercialisti, i negozianti, i medici, i dipendenti del pubblico impiego. Cinquantasei milioni di pazzi. Con una sola eccezione: Romano Prodi.
È lui l'unico a preoccuparsi del futuro, in un Paese di spendaccioni, lobbisti, scialacquatori, evasori fiscali, di gente che parcheggia in seconda fila, che preferisce il piccolo uovo di oggi alla grassa gallina di domani.
 

Insomma siamo un popolo che non vuole capire che sta iniziando quella era di felicità che il numero uno dell'Unione aveva promesso in campagna elettorale. Siamo alle porte del Paradiso in terra e non vogliamo riconoscerlo.
Il presidente del Consiglio è in preda ad una sindrome che, se è brutta per le persone comuni, appare pericolosa per chi ha in mano un potere di governo. C'è una vasta letteratura sull'argomento. Senza scomodare i classici e senza neppure ricordare cosa venne scaricato su Berlusconi quando si lasciò sfuggire la famosa battuta sui «coglioni», ora c'è essenzialmente da dire che quando un esponente politico se la prende con tutti gli altri, anche con coloro che l'hanno votato, questo vuol dire che è solo, che non capisce il Paese in cui vive e che è fuori della realtà.
 

Non c'è un'altra spiegazione. Gli esperti di dietrologia ci diranno oggi che questo sfogo è dovuto a tante piccole ragioni. Un senatore a vita, finora militante del centrosinistra, che minaccia di non dare il suo assenso alla Finanziaria e che, con l'autorevolezza del premio Nobel ricevuto, pone un problema più generale di credibilità. Ministri della sinistra antagonista che lanciano l'avvertimento di un disimpegno. Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, già autore del ribaltone del '98, che viene riconosciuto dai giornali come il grande statista capace di andare a Kabul per dimostrare di essere lui il vero punto di equilibrio della coalizione. E così via. Gli esperti di dietrologia ci diranno cioè che quell'«impazziti» era riferito a persone con un nome e con un cognome, considerate decisive all'interno della maggioranza.

Ma questo non basta. Nell'esternazione di Prodi c'è qualcosa di più profondo: c'è un senso di insopportazione nei confronti non solo dei contrasti politici più o meno espliciti interni all'Unione, non solo delle critiche al suo operato venute da ambienti considerati vicini, ma soprattutto verso la legittima opposizione ad una politica economica che una maggioranza di italiani considera pericolosa per i propri interessi, per il proprio lavoro e per l'insieme del Paese.
Allora c'è solo da ammettere che è vero, che siamo impazziti, che non vogliamo il futuro che ci sta preparando il presidente del Consiglio. Che la nostra pazzia nasce dal rifiuto della felicità imposta per legge, la legge finanziaria, e dal rifiuto parallelo di riconoscere la saggezza e la preveggenza di un uomo solo al comando. Tutti alla scuola di Erasmo, tutti pazzi non per Prodi ma contro di lui.
 

Berlusconi: Prodi è nei guai, mi attacca per salvarsi.

E’ la dimostrazione che io sono l’unico collante della maggioranza.

Il premier è un uomo rancoroso e cattivo, è la sua natura.

Ritorna Santoro in Rai e rifiuta un intervento

telefonico del Cavaliere sul caso Mills. La storia si ripete.

Immobilizzato ad Arcore nel suo «letto di dolore» (dovrebbe entrare in clinica per l'operazione al menisco già questa mattina), Silvio Berlusconi segue con un certo disappunto la giornata politica. Apertasi sugli echi della polemica con Michele Santoro, che nella trasmissione di giovedì sera ha rifiutato un intervento telefonico del Cavaliere sul caso Mills. E andata avanti sull'onda della polemica seguita alle dichiarazioni di Romano Prodi, riportate in un documentario tedesco e poi riprese nell'ultimo libro di Bruno Vespa L'Italia spezzata («Berlusconi è un prepotente» che ha «una quantità illimitata di risorse per violare costantemente la legge»).
Polemiche sulle quali il Cavaliere è tornato, ma solo incidentalmente, nei due collegamenti telefonici fatti con i comizi di Larino e Campobasso, dove si è chiusa la campagna elettorale per le regionali di domani e lunedì. Berlusconi, infatti, non vuole alimentare il muro contro muro con Prodi, convinto che personalizzare lo scontro è solo un modo per ricompattare la maggioranza. «Oggi - confida durante alcune telefonate con i suoi parlamentari riuniti a Sharm el Sheik e in alcuni incontri ad Arcore - abbiamo avuto la dimostrazione che resto io l'unico collante del centrosinistra». Insomma, Prodi «mi attacca di petto» per cercare di «distogliere l'attenzione» dai suoi guai.
 

E sul premier lo sfogo del Cavaliere è durissimo: «Sono incredulo. È un uomo rancoroso e cattivo, è la sua natura. Ed è vendicativo, come dimostra anche il ddl sulla riforma tv che è lui a spingere più di tutti nonostante le molte perplessità della sua maggioranza. Non sarà un caso il fatto che anche nel centrosinistra non lo sopportano più». Il leader di Forza Italia, poi, avrebbe ricordato l'intervista di Prodi a Die Zeit dello scorso 7 giugno in cui definiva l'Italia un Paese «schiavizzato dall'ex premier» per dimostrare che quella di Prodi è una «politica vendicativa». Pensare - ragiona ad Arcore con un dirigente azzurro - che quando era presidente della Commissione Ue ho pure provato a stabilire un dialogo. Berlusconi è durissimo anche su Santoro: «Ha rifiutato di farmi intervenire per dire una parola di verità sul caso Mills, un caso che non esiste. E lo ha fatto solo per farsi pubblicità visto che la sua trasmissione si sta dimostrando fallimentare».
Nei due collegamenti telefonici con il Molise, però, il Cavaliere preferisce non entrare nel merito delle accuse di Prodi. E anche la polemica con Santoro la prende alla larga: l'Italia della sua trasmissione «è quella dell'odio, dell'invidia sociale, delle calunnie, del rancore e delle tasse».«Dall'altra parte - aggiunge - c'è l'Italia che vogliamo noi, della solidarietà, della tolleranza, della libertà e dell'amore».
 

Il leader di Forza Italia attacca poi la maggioranza, dove «Margherita e parte dei Ds non possono che sottostare ai diktat della sinistra estrema perché se questo non fosse cadrebbe l'esecutivo». Un «governo che è sentito dal 70 per cento degli italiani come pericoloso». E infatti, aggiunge, «il suo gradimento è sceso sotto il 30 per cento» e «Prodi ha perso 20 punti in sei mesi nella fiducia dei suoi elettori». Il Cavaliere torna sul decreto Visco-Bersani e sulla Finanziaria: sono «prigionieri della sinistra massimalista» e «hanno introdotto 67 nuove imposte». Con l'obbligo di pagare con carta di credito le spese oltre i cento euro, poi, si è arrivati a «una schedatura di tutti gli italiani», cosicché «possono condizionare chiunque». Insomma, siamo in un «regime di polizia tributaria». Per tutte queste ragioni, Berlusconi chiede che dal Molise arrivi «a tutti gli italiani un segnale di risorgimento e di novità».«Questo voto - conclude il suo collegamento con Campobasso rivolgendosi al candidato governatore del centrodestra Michele Iorio - è rilevante non solo per rinnovarti la fiducia, ma anche perché è la prima consultazione elettorale da quando è al potere il governo di Romano Prodi, un governo prigioniero dell'estrema sinistra che tutti hanno ormai valutato».
 

FOLLINI FONDA IL PROPRIO PARTITO - L'ITALIA DI MEZZO.

"Decidete cosa fare da grandi perchè in questi mesi di legislatura

avete abbaiato molto ma morsicato molto meno"

rivolge un consiglio "amichevole" all'Udc.

L'ex segretario centrista Marco Follini si chiama fuori dall'Udc fondando il Movimento dell' Italia di Mezzo. In una conferenza stampa, Follini rivolge un consiglio "amichevole" all'Udc: "Decidete cosa fare da grandi perchè in questi mesi di legislatura avete abbaiato molto ma morsicato molto meno" ed il partito si è tenuto "ben dentro i confini della Cdl". Per Follini, infatti, "puntare a ricostruire il centrodestra è cosa diversa dallo scommettere sulla ristrutturazione del centrodestra: sono due politiche differenti". Invito polemico, quello dell'ex segretario centrista, al quale ha prontamente replicato Rocco Buttiglione. "Mi dispiace, sbaglia - ha risposto a Follini l'attuale presidente dell'Udc - Quello che vogliamo fare da grandi è costruire un centrodestra vincente e capace di governare il Paese. Non è vero che abbaiamo e non mordiamo, certo non facciamo gli interessi di Prodi, non aiutiamo la sinistra a vincere le elezioni. Questo sì". Al movimento dell'ex segretario aderisce anche il deputato dell'Udc Riccardo Conti, oltre a "una cinquantina" di consiglieri regionali e provinciali. Follini ha annunciato che ora si iscriverà al gruppo misto del Senato da dove intende portare avanti la sua battaglia "per dare voce ad una parte grande dell'Italia e della politica italiana che non ha rappresentanza, l'Italia centrista, moderata che soffre uno schiacciamento della tenaglia di questo bipolarismo e che sta nel mezzo tra Berlusconi e Prodi". Il problema che ci poniamo - ha sottolineato ancora Follini - è quello di cambiare questa mappa politica, non rimanendovi dentro. Credo che chi si vuole dedicare al tentativo di ricostruire un centro più forte deve scommettere sulla rottura di questo schema. Questo sistema bipolare così com'è ha portato il centro ad essere marginalizzato".

Finanziaria "007: molte tasse poche riforme...
Il vecchio detto "oggi piove governo ladro"

è più che mai di attualità. Il nuovo governo di centro sinistra,

per fare subito un distinguo col vecchio,

ha affondato quasi tutto quello che di buono è stato fatto

dal precedente governo di centro destra.

di Giuseppe Ceresa

Finanziaria "007: molte tasse poche riforme...
Il vecchio detto "oggi piove governo ladro" è più che mai di attualità. Il nuovo governo di centro sinistra, per fare subito un distinguo col vecchio, ha affondato quasi tutto quello che di buono è stato fatto dal precedente governo di centro destra ( vedi la costruzione del ponte sullo stretto di Messina). Ha caoticamente proposto nuove linee, con future previsioni massimaliste ( tipo proposta di cittadinanza a tutti o come il condono concesso col risultato di rimettere in libertà "cani e porci"), e ha presentato un piano economico per il 2007 che ha fatto rabbrividire, non piacendo né alla destra e neppure alla sinistra. Prodi, in campagna elettorale, aveva promesso una forte riduzione delle tasse, un cuneo fiscale per le aziende. Ora, che deve dimostrare e mantenere questo, con una disinvoltura alla Pinocchio, ha aumentato le tasse, ha ridotto i posti di lavoro ( vedi la prevista riduzione dei precari nelle scuole), e per il cuneo fiscale, che tanto piacque alla Confindustria anti-Berlusconiana, è tutto da vedere. Nuovi bolli per moto ed auto, aumento delle aliquote sulle tasse di successione, tassazione per tutti, oltre i 40.000 Euro di guadagno lordo. Inoltre tagli qua, tagli là con criteri cervellotici, e col risultato di ridurre i comuni (anche se colpevoli per non aver voluto la decentralizzazione delle Finanze) al lastrico, costringendoli così a ridurre gli interventi in campo sociale a favore degli anziani, dei giovani, dei meno abbienti.
 

Le correnti radicali sinistroide del "no a tutto", che vogliono bastonare il ceto medio, che vogliono punire vendicativamente tutti quelli ( vedi tassisti, vedi commercialisti, vedi regioni come la Sicilia) favorevoli alla CdL, stanno prevalendo. È una finanziaria che stringe al massimo il rubinetto della spesa sociale, è una finanziaria che vuole costringere il cittadino a pagare tasse il più possibile e, prego, col sorriso in bocca. È una finanziaria che invece di mirare ad un aumento del reddito nazionale porta ad un aumento della disoccupazione e, di conseguenza, della povertà. Inoltre Prodi, col degno compare D'Alema, ci porta a fare all'estero la figura dei burattini. Altro che aumentato prestigio internazionale: ora il Libano, avanti con l’Afganistan ma, per cortesia, il motto è risparmiare riducendo le spese della difesa. A questo punto prevedo che i nostri soldati per difendersi dovranno usare le bottigliette di Coca-Cola! Per concludere è una finanziaria che, come ha detto il Governatore della Banca d'Italia Draghi, è destinata a reggere per un periodo infinitesimale breve.
Giuseppe Ceresa

Vogliono a tutti i costi sapere di Telecom.

Certo che questi parlamentari italiani hanno delle strane esigenze.

Ma il presidente del consiglio Prodi respinge con sdegno la richiesta

di riferire su Telecom in Parlamento: «Ma siamo matti?».

   

Il presidente del consiglio Prodi ha respinto con sdegno la richiesta di riferire su Telecom in Parlamento: «Ma siamo matti?». Sicuro: «Siamo matti?». Che pretese sono? Al massimo lui riferisce al Comitato Permanente del Partito comunista. Certo che questi parlamentari italiani hanno delle strane esigenze. Vogliono a tutti i costi sapere di Telecom. È vero che c'è in ballo il destino di una delle più importanti aziende italiane; è vero che attorno al quel destino il governo ha combinato pasticci a più non posso; è vero che c'è un piano uscito da Palazzo Chigi che prevede spese per 14mila miliardi delle vecchie lire; è vero che quel piano è stato inviato dal più stretto collaboratore economico del premier; è vero che incredibilmente il premier dice di non saperne nulla; ed è vero che alla fine della giornata Tronchetti Provera si è pure dimesso da presidente Telecom, allungando nuove ombre sull'intera vicenda e sul ruolo del governo: è tutto vero, ma insomma, perché deputati e senatori (rappresentanti dei cittadini) si ostinano a occuparsi di queste cose? Non hanno nulla di meglio da fare? Che ne so? Una partita a briscola? Un torneo di bocce? Suvvia, onorevoli carissimi, se proprio non sapete come passare il tempo chiedete a Prodi di riferire in aula sui trucchi del ping pong, o sui mille diversi modi per cucinare il riso alla cantonese.
 

   

Di quello lui può parlare, di quello il Parlamento si deve occupare. Di Telecom, no, per favore: ma siamo matti? Di Telecom ci si occupa negli antri bui, nelle stanzette segrete, nei comitati d'affari riuniti nel retrobottega di Palazzo Chigi. Persiane chiuse e luci basse, per carità. Che nessuno se ne accorga, che nessuno sappia. Altrimenti dove andiamo a finire? In un Paese democratico? Non sia mai detto, a Pechino se ne potrebbero avere a male. E poi ci sarebbe anche un altro problema: in Parlamento Prodi non saprebbe cosa dire. La tesi ufficiale è: il consigliere ha preparato un piano su Telecom e lo ha mandato in giro su carta intestata Presidenza del Consiglio, ma il Presidente del Consiglio non ne sapeva nulla. Ma dai: vi pare? Con che coraggio si può raccontare questa storia senza farsi strozzare dalle risate? Rovati è il collaboratore più stretto del premier, il consigliere più fidato, l'amico di tante battaglie, l'elemosiniere della campagna elettorale. Rovati sta a Prodi come Cip sta a Ciop, come Spic sta Span, come Ric sta Gian: coppia fissa. Inseparabili. E che fanno i due? Si vedono, si frequentano fuori e dentro il palazzo, vanno insieme dappertutto (anche in Cina), affrontano i grandi problemi dell'economia e mai, dico mai, neanche una parola su Telecom? Suvvia: come credere a una panzana del genere. Il fatto è che Prodi è indifendibile. E infatti nessuno lo difende.
 

   

Fra tutti gli intervenuti, non uno che si sia schierato con lui. Neanche un deputatino della Margherita, neppure un pasdaran dell'Unione: niente di niente. Silenzio assoluto. Il Professore è solo con i suoi nervi a fior di pelle. Solo col suo imbarazzo in una situazione che diventa di ora in ora più difficile da controllare. Ed è per questo che perde, insieme, la pazienza e la faccia. Ma sì, nemmeno lui riesce a difendersi. Liquida il tutto con poche arroganti parole. Dice che sono «tutte chiacchiere», che non c'è «niente di nuovo». Sicuro: niente di nuovo. Un'azienda che barcolla, una figuraccia di dimensioni planetarie, dilettanti allo sbaraglio che giocano con i miliardi come se fossero tortellini, Tronchetti che rassegna le dimissioni, intromissioni indebite, una malsana voglia di ritornare di nascosto al dirigismo in stile Iri: niente di nuovo, è chiaro. Risponderne in Parlamento? Ma siamo matti? Del resto Prodi è abituato così. Ha mai risposto al Paese del suo bislacco comportamento sul caso Sme? O delle strane privatizzazioni dell'Iri? Ha mai spiegato perché quando diede via Cirio i più pelati finirono per essere gli italiani? No. E dunque perché dovrebbe spiegare adesso? A gennaio di quest'anno in un'intervista alla Stampa disse: «È il momento per la politica di fare un passo indietro per allontanare da sé i sospetti di collusione con i grandi centri economici». Alla faccia: appena arrivato al governo ha brigato con le banche. Ora si fa cogliere con le mani nella marmellata Telecom. Che dire? Il passo indietro forse è meglio se lo fa lui. Ma se sta fermo è meglio ancora. Ma sì, resti lì in Cina: del resto con tutte le paccottiglie che ci rifilano i cinesi, avremo pure diritto a una ricompensa, no? Forza amici gialli: tenetevi il premier paccottiglia lì con voi. Vedrete che sui temi della democrazia vi troverete d'accordo. E per il resto, vi adatterete: la Mortadella non è il massimo, è vero, ma sempre meglio degli involtini primavera.
 

Prodi va in Cina e si porta dietro la coppa del mondo conquistata a Berlino.

Dimentica però di sdoganarla e rischia di non poterla riportare in Italia.

Se voleva perderla poteva almeno aspettare i prossimi campionati mondiali.

Domanda: ma che centra Prodi con la coppa del mondo?
 

Gli Azzurri l'hanno vinta a Berlino lo scorso 9 luglio, ma il governo Prodi rischia di perderla dopo poco più di due mesi in quel di Canton, nella lontana Cina. Si tratta della Coppa del Mondo che la delegazione italiana ha portato con sé nella missione nel Paese del Celeste Impero come simbolo del made in Italy vincente. Una mossa mediatica studiata a tavolino per aggiungere lustro a un'operazione di politica commerciale internazionale voluta dal governo Berlusconi e della quale il Professore (già messo a dura prova dal caso Telecom) sta cercando di prendersi tutti i meriti. Il trofeo, che ha varcato per la prima volta i confini italiani dalla scorsa estate, è attualmente esposto alla Fiera di Canton e al momento non corre nessun pericolo. Per ora, quindi, i tifosi della Nazionale possono stare tranquilli. Ma quando si tratterà di riportarla in Italia potrebbero sorgere problemi non indifferenti. Secondo quanto ha appreso il Giornale, la coppa sarebbe stata introdotta in Cina senza che siano state espletate le necessarie procedure doganali: il consigliere diplomatico del ministro del Commercio internazionale, Emma Bonino, l'avrebbe messa in una borsa e solo successivamente sarebbe stata consegnata a un funzionario dell'Ice.
 

L'Istituto per il commercio estero, insieme con il team manager della Nazionale Gigi Riva, è responsabile della Coppa del Mondo nel corso del suo «soggiorno» cinese. Ma proprio la leggerezza commessa dallo staff tecnico del ministro Bonino rende problematico il rimpatrio del trofeo.
Senza documenti i rigidi funzionari cantonesi consentiranno alla Coppa vinta da Cannavaro & C. di tornare in Italia? Nemmeno la via diplomatica, al momento, sembra facilmente percorribile. La delegazione italiana si è trasferita interamente a Pechino per l'incontro in programma oggi con il presidente della Repubblica Popolare, Hu Jintao, e con il premier Wen Jiabao. L'ambasciatore italiano in Cina è ovviamente al seguito del premier Prodi e a Canton sono rimasti solo il console italiano e i funzionari Ice alle prese con una difficile gatta da pelare. Se la Coppa del Mondo non dovesse essere «sdoganata», non sarà comunque abbandonata al suo destino. L'Ice si sta attivando perché, nel caso peggiore, venga custodita nel caveau di una banca. L'impasse probabilmente sarà sbloccata anche se nella delegazione del ministro Bonino si stanno vivendo momenti imbarazzanti. Le fatiche dei ventitré eroi di Germania rischiano di essere vanificate. Almeno per perderla si sarebbe potuto aspettare il Mondiale del Sud Africa 2010.
 

Dibattiti.

Il voto all’estero non fu un regalo, ma l’esercizio di un diritto.

Beppe Severgnini, parlando degli italiani nel mondo, dice fesserie come

“dare il voto anche con troppa generosità, senza neanche

richiedere una conoscenza minima della lingua italiana, è un errore .”

Beppe Severgnini dimostra di essere un ignorante, naturalmente dal verbo “ignorare”, quando, parlando degli italiani nel mondo, dice fesserie come “dare il voto anche con troppa generosità, senza neanche richiedere una conoscenza minima della lingua italiana, è un errore ...”

Ha detto testualmente:” Dare il voto anche con troppa generosità, senza neanche richiedere una conoscenza minima della lingua italiana, è un errore paragonabile a quello di chi trascura la fidanzata, non le rivolge nemmeno un saluto per dieci anni e poi una mattina si sveglia e le dice "ti sposo". Per forza la ragazza rimane un po’ perplessa". Fossi un emigrato italiano direi: ma come, mi avete trattato un po' come l'ultima ruota del carro e adesso mi chiedete il voto e quant'altro?".
 

Qualcuno gli spieghi che nessuno ha dato loro il voto, ma che il diritto al voto lo hanno sempre avuto in quanto regolari cittadini italiani ancorché residenti all’estero. Con la legge Tremaglia si è soltanto agevolato l’effettivo esercizio di questo diritto. Prima il sig. Rossi riceveva al suo indirizzo di Merlbourn la cartolina per recarsi ad un seggio della sua città italiana di provenienza mentre ora può esprimere il suo voto per corrispondenza. Tutto qui.

Senza contare che ho conosciuto gente in piccoli paesi di sperdute vallate, ma non solo, che parlano esclusivamente il loro dialetto locale e mai in vita loro hanno letto un giornale.
 

Che facciamo? Gli togliamo il diritto di voto?

No, mister Severgnini, il diritto di voto è connaturato allo status di cittadino, non possiamo condizionarlo ad altri fattori. Se ne faccia una ragione e le cose che ha detto le indirizzi casomai agli immigrati extracomunitari che Prodi vuol trasformare automaticamente in cittadini, e quindi elettori, dopo soli 5 anni di permanenza in Italia.
 

Eugenio Scalari, padre padrone di Repubblica,

sfiducia Prodi: «Governo mediocre».

«Il centrosinistra sta dando un’immagine scomposta e

sciancata. Elettori delusi e irritati, temo il peggio»

Non si configura il tradimento, e per la verità non si è ancora al divorzio, ma la diffida che minaccia la separazione c'è già tutta. È finita la luna di miele e s'è spezzato l'incanto, se addirittura Eugenio Scalfari, il padre padrone di Repubblica, spara sui suoi beniamini appena risaliti al potere, menando fendenti e scudisciate. Forse tuona anche a nome e per conto di Carlo De Benedetti oppure no, tant'è che il suo affondo spiccava ieri in prima pagina sul quotidiano più amato a sinistra, e cade all'indomani delle frecciate di Luca Montezemolo, leader di un vertice industriale che appare anch'esso deluso.
 

E che tanto il governo di Romano Prodi quanto i partiti dell'Unione vedano già sfumare la fiducia dei poteri forti che li avevano sponsorizzati, dopo solo un paio di settimane dall'insediamento nelle stanze dei bottoni, la dice lunga sulle prospettive.
Altro che cento giorni di luna di miele, il centrosinistra deve aver fornito uno spettacolo indecoroso non solo agli occhi avversari, se Scalfari non aspetta gli otto giorni di preavviso alle colf, per sventolare il foglio di via.
 

Da gran giornalista qual è, il nume di Repubblica si dice sicuro di interpretare anche il pensiero dei suoi lettori, dunque il popolo dell'Unione, illustrando la «cosa spiacevole» sulla quale troneggia un titolo al piombo fuso:dunque il popolo dell'Unione, illustrando la «cosa spiacevole» sulla quale troneggia un titolo al piombo fuso: «Le poltrone aumentano ma cala il consenso». E la mazzata sta subito nelle prime righe: «Il governo Prodi sta dando, almeno per ora, un'immagine di sé scomposta, sciancata, mediocre.
 

Analoghe sensazioni suscita la maggioranza parlamentare che dovrebbe sostenerlo e che sembra invece intenta a seminare sulla sua strada petardi e bombe-carta con effetti deleteri non tanto sulla linea politica quanto sul consenso popolare. Il quale sta scemando in misura preoccupante».
Il referto scalfariano emana sentore di morte assai vicina, il j'accuse sul poco che l'Unione ha mostrato in questi primi giorni di governo prosegue spietato: «Emergono spinte centrifughe nella coalizione di governo, si accentua la nefasta gara mai sopita alla visibilità dei partiti, la corsa agli incarichi, l'affanno delle mediazioni infinite.
 

Continua l'aumento della falange di sottosegretari, le liti sullo spacchettamento delle competenze ministeriali, le dispute su temi che il programma di governo pretendeva d'aver risolto una volta per tutte. Questo il quadro desolante che rischia di dissipare una parte del credito e delle aspettative riposte in Prodi e nella sua squadra, ancora così poco coesa da far temere l'avverarsi delle peggiori previsioni». Sì, più o meno quel che denunciano gli avversari. Con l'aggravante della constatazione amara: «Temo che i protagonisti politici del centrosinistra non si rendano ben conto dei rischi crescenti di una situazione così fragile».

Che il fondatore di Repubblica e sodale di De Benedetti, abbia deciso di ritirar la sua benedizione e ripudiare il gruppo dirigente del centrosinistra? Piano, forse questa attesa è esagerata. Anche perché il fustigatore, dopo la colonna infuocata di prima pagina prosegue la sua articolessa occupando all'interno una paginata intera, e lì vien fuori che nel calderone del governo ci son due fari, due scialuppe di salvataggio, due nocchieri insuperabili che Scalfari indica per uscir dalla tempesta, Tommaso Padoa-Schioppa e Massimo D'Alema. Particolarmente quest'ultimo, al quale «non fanno difetto» - nella gestione della politica estera, s'intende - «lucidità ed equilibrio».
 

È un maestro il nostro, dunque si dilunga insegnando ai due, per filo e per segno, il che fare?: in economia all'uno e con gli Stati Uniti all'altro. Ma è palese, sin troppo scoperto, che spera e scommette su D'Alema. E se Prodi ha letto, di certo un poco si starà preoccupando.
Dunque l'impressione finale è che sì, anche Scalfari è deluso e scontento, ma fustiga i suoi per risvegliarli e impartir loro la lezione, indicando la retta via. È sempre stato il suo sogno, dar la linea ai politici. Anche se quelli sui quali puntava, son finiti avvelenati dal suo bacio. Sarà per questo che in tanta moltiplicazione di pani e pesci, almeno Scalfari non è viceministro. De Benedetti sottosegretario però, potevano farlo.
 

Il voto all’estero ha lasciato proprio gli italiani in Germania perdenti.

Pur costituendo il gruppo di elettori più numeroso in Europa,

non sono riusciti ad eleggere nessuno di loro.

Schede raccolte da terzi e perfino vendute.

di Mauro Montanari

Il voto all’estero si è consumato nelle settimane scorse, tra drammi e lacrime di gioia. È stata una conquista storica per gli italiani all’estero ed aspettiamo ora, noi italiani in Germania, il voto regionale e federale in loco, per coronare l’impegno di decenni. Pur tuttavia, nella gioia legittima, non va dimenticato che questo voto per il parlamento italiano ha lasciato sul terreno molti perdenti. Li elenchiamo. I primi perdenti sono proprio gli italiani in Germania i quali, pur costituendo il gruppo di elettori più numeroso in Europa, non sono riusciti ad eleggere nessuno di loro. Ben diversa la situazione in Svizzera, la quale manda a Roma tre parlamentari. Altri vengono dalla Grecia, dalla Francia, dalla Russia, persino da Malta. Ma dalla Germania no. Questo pone un problema serio a tutti noi e ai partiti che formano le liste.

Il secondo gruppo di perdenti è costituito dagli elettori che non hanno ricevuto la scheda elettorale. 228.000. Un numero talmente scandaloso che pone le istituzioni e la rete consolare di fronte ad una responsabilità enorme. Una seconda votazione non può svolgersi in queste condizioni, e questo è un messaggio chiaro che mandiamo in particolare ai neoeletti. Ha perso spesso anche la segretezza del voto. Troppe le “eccezioni” segnalate di schede raccolte da terzi e perfino vendute, così come troppi sono i sospetti di brogli: uno scenario che il Corriere della Sera, in un articolo che riportiamo, dichiara da “Terzo Mondo”. Devono essere assolutamente posti dei correttivi per limitare lo scandalo, ed anche questo messaggio mandiamo ai nuovi eletti, insieme all’invito ad impegnarsi su questi fronti, perché “chi dorme non piglia pesci!".

Mauro Montanari
 

Elezione del presidente della Repubblica italiana.

Marini e Bertinotti, i presidenti dei due rami del Parlamento,

hanno deciso di convocare per lunedì 8 maggio.

di Giuseppe Ceresa

Massimo D'Alema

Marini e Bertinotti, i presidenti dei due rami del Parlamento, hanno deciso di convocare per lunedì 8 maggio l'assemblea che dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Si parla di D'Alema come il candidato più autorevole, candidatura di fatto molto improbabile, come riuscita, per la netta opposizione della CdL(Casa delle Libertà). Si partirà con lui testimone di un travolgente passato, che ha portato la sinistra italiana da uno stalinista PCI ad un democratico DS. Ma poi? La CdL vede la sua candidatura come il fumo negli occhi; certo dopo la rinuncia di Ciampi, presidente paterno, soporifero, anti-dolore, adattissimo ad un'Italia spaccata in due, dopo il voto del 9-10 aprile, le soluzioni sono poche e contrastanti.
 

Gianni Letta

La CdL propone Gianni Letta, una personalità autorevole, sopra le parti in lotta, una figura che potrebbe essere adatta al dopo Ciampi, e che non avrebbe totalmente contraria la sinistra. La CdL vede D'Alema ministro nel governo Prodi, anche con un ministero di prestigio come quello degli esteri, ma non lo vede come candidato alla presidenza. La nomina del nuovo presidente della Repubblica deve essere un superamento del "muro contro muro"! Una coalizione che ha vinto le elezioni col solo 0,6% di differenza ha il diritto di governare il paese, ma non quello di occupare tutte le più importanti cariche dello stato; con la prassi del costi quel che costi e, soprattutto, alla faccia della democrazia, dell'unione nazionale da loro tanto predicati.
Giuseppe Ceresa

Giuseppe Ceresa, candidato al Parlamento italiano nella lista della Lega Nord,

invita: Bisogna votare...bisogna votare...bisogna votare...

Votate per chi volete, ma votate !

Bisogna votare!
Bisogna votare per far capire ai nostri connazionali, che vivono in Italia,che la possibilità di esprimere localmente il voto, dato ai residenti all'estero, 60 anni dalla costituzione della Repubblica Italiana, è un loro sacrosanto diritto, e non una elemosina politica.
Bisogna votare per mandare a Roma della gente come noi e non, come era prima, dei lontani, assenti personaggi. Gente che, di qualsiasi partito sia, conosce le nostre esigenze, i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre miserie. Problemi le cui soluzioni sono quasi identiche per tutti gli schieramenti politici.

Bisogna votare perchè a Roma si possa sentire la voce di chi è lontano, di chi è rimasto per troppi anni ignorato, considerato, in quanto non votante,cittadino di seconda classe.
Bisogna votare perchè è questo esprimere il proprio diritto e dovere di cittadino , affinchè in Italia si sappia, con una nostra massiccia partecipazione, che i residenti all'estero, hanno pienamente adempiuto il loro dovere di italiani.
Bisogna votare. Votate per chi volete, ma votate !
Giuseppe Ceresa

Una parola strana: devolution.

Il parlamento italiano ha approvato la riforma federale.
di Giuseppe Ceresa

Il parlamento italiano ha approvato la riforma federale, voluta dalla CdL, e stravoluta dalla Lega Nord. Si tratta di attribuire, modificando la Costituzione, maggiori poteri alle Regioni in materia di scuola, di sanità, di ordine pubblico, eccetera. Per noi che viviamo in Germania, dove i Land hanno sempre avuto, fin dalla nascita della Repubblica Federale, un potere politico decisionale, è una cosa direi normale. Ma per chi vive in Italia, dove esiste una disparità fra Nord e Sud, queste modifiche costituzionali, queste novità, creano paure e dubbi.
 

Paura che si crei un maggiore distacco fra le regioni ricche e quelle povere, dubbi che queste innovazioni, anziché fare dell'Italia una Repubblica Federale, la portino ad essere uno stato diviso, come fu l'Italia nell'800, al tempo dei regni e dei granducati. I pareri favorevoli sono molti: Berlusconi parla di rispetto delle idee federative di don Sturzo, il fondatore del Partito Popolare Italiano, e siciliano di nascita. Pareri negativi pure tanti: il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, parla di un'unità nazionale diluita in tante Regioni o in tanti localismi.
 

Noi pensiamo che un'autonomia maggiore, data alle Regioni, non possa portare che benefici, riducendo quel centralismo burocratico, classico della dirigenza italiana di stampo borbonico. DS ha proposto un referendum per l'abrogazione della Devolution; ci si fa paladini della Costituzione italiana, la Costituzione "non si tocca". Io credo che non bisogna essere paladini ad oltranza della Costituzione del '48. Bisogna interpretarla aggiornandola e se, come capita con la devolution, anche modificarla.
Giuseppe Ceresa
 

Berlusconi difende l’operato del suo governo

contro il disfattismo della sinistra.

C'è voluto un editoriale di Sergio Romano sul Corriere della sera, giornale in genere tutt'altro che tenero con il Governo e la maggioranza, per poter leggere che qualcosa di buono è stato fatto: sul mercato del lavoro, sulla riforma della previdenza, sull'apertura dei cantieri per le opere pubbliche, e, potremmo aggiungere, sulla riduzione delle tasse, soprattutto per i più poveri, sull'aumento delle pensioni minime, sulla scuola e l'università, sulla riforma della disciplina del fallimento. Se anche voi, cari amici dell'opposizione, aveste il coraggio di ammetterlo, ne guadagnereste in credibilità di fronte all'opinione pubblica e di fronte ai vostri stessi elettori.
 

Cosa voglio dire con questo? Forse che tutto va a gonfie vele e che la maggioranza non ha nulla da rimproverarsi e nulla da modificare per il futuro? No, non dico questo; non diciamo questo, dal momento che sarebbe assurdo contrapporre al disfattismo della sinistra un trionfalismo di maniera. Noi non siamo trionfalistici . Sappiamo che molto abbiamo fatto, ma che molto di più è necessario per rilanciare l'economia italiana in una congiuntura internazionale tanto difficile. Sappiamo che gli elettori ci chiedono questo, ossia proseguire sulla via delle riforme liberali con il coraggio necessario, ma anche con l'attenzione ai più deboli, tipici di una grande forza popolare come Forza Italia e la Casa delle libertà.

Noi non siamo trionfalistici. Siamo fiduciosi e ottimisti, questo sì. Vediamo i risultati apprezzabili di quello che abbiamo fatto, pure in un contesto difficile, e siamo spronati a fare di più. Siamo ottimisti perché abbiamo fiducia negli italiani e perché sappiamo che dalla loro capacità, prima ancora che dalla politica, dipenderà il futuro comune, nostro e dei nostri figli. Nella campagna elettorale che ci aspetta voglio pensare che si discuta della realtà del paese e si confrontino le diverse proposte di soluzione ai problemi della gente, senza puntare più alla delegittimazione e alla demonizzazione dell'avversario. Quali siano le nostre proposte è noto a tutti. Aspettiamo di conoscere quelle di Prodi e di Bertinotti...

E finiamola con questo disfattismo.

La propaganda dell’opposizione un pericolo per il Paese.

In questi mesi, è partita da sinistra una martellante propaganda tesa a descrivere l'Italia come un paese sull'orlo del baratro, se non già nel baratro. Si cerca di cavalcare cinicamente la preoccupazione degli italiani di fronte ai cambiamenti epocali che stanno investendo tutte le economie dei paesi avanzati, indicando naturalmente il Governo Berlusconi come la causa di tutte le difficoltà. Mi spiace di dover dire che nel corso di questi anni, buona parte dell'opposizione ha insistito in atteggiamenti viziati dalla mancanza di rispetto per la verità dei fatti e, spesso, per la dignità delle persone e degli avversari politici.
 

Questa propaganda fa male al paese, ne deprime la fiducia in se stesso e, soprattutto, non risponde alla verità dei fatti. Basta aprire i giornali di oggi per leggere che la ripresa è in atto e si sta consolidando. Non voglio citare quanto è già stato riferito estesamente dal Presidente del Consiglio nel suo intervento. Aggiungo soltanto questa riflessione: come l'opposizione ha commentato e commenta questi segnali di ripresa dell'economia e di consolidamento dello sviluppo? Con la propaganda, come sempre, purtroppo. Anziché prendere atto che qualcosa di positivo sta accadendo, ed è nell'interesse di tutti che accada, gli italiani si sono sentiti ripetere, in tutte le salse, che, dopo tutto, si trattava e si tratta soltanto di decimali.
 

I dati statistici nazionali ed europei indicano senza tema di smentita una diminuzione della disoccupazione in Italia a livelli impressionanti, resa possibile dalla legge Biagi, varata dalla maggioranza per riformare il mercato del lavoro. Anche in tal caso, come reagisce l'opposizione? Cavillando sui metodi di rilevazione dei dati e cercando di spiegare che, in realtà, nonostante i dati, le cose non andrebbero poi così bene.

La sinistra ha governato in anni di vacche grasse, eppure ha avuto bisogno di tassare gli italiani per ottenere l'ingresso nell'euro. Non ha saputo, in cinque anni, portare a termine una sola riforma necessaria per preparare adeguatamente il paese alla moneta unica. Inoltre, sui conti pubblici - basti pensare all'ultima legge finanziaria della scorsa legislatura - non ha saputo far tesoro della buona situazione, per avviare un vero risanamento dei conti dello Stato. Eppure, lo ripeto, oggi anche i più moderati del centrosinistra si sentono in dovere di parlare di baratro, di disastro imminente. Non ho paura di chiamare le cose con il loro nome: questo è puramente disfattismo
 

Il ritorno di Tremonti. Il centrodestra ha bisogno di unità.
Note varie a cura di Giuseppe Ceresa

Il ritorno di Tremonti.
Ritorna Tremonti alla guida dell'Economia italiana. Con lui la Casa delle Libertà riprende la guida politica in campo economico, abbandonando le tentazioni di ministri tecnici, in un settore importantissimo della vita italiana. Un ritorno importante, quello di Tremonti, in un momento in cui, sempre di più, si aggrava la crisi del bilancio pubblico.

Il centrodestra ha bisogno di unità.
Si parla già da tempo immemorabile delle prossime elezioni politiche del 2006. I sondaggi danno favorita l'Unione, anche se le prossime Primarie si stanno allestendo in un clima di grandi Coltelli. C'é tempo per il centrodestra per ricuperare, a apatto di ritornare ad una coalizione vera ed unita, come accadde nel 2001, ed allora potranno gli italiani di nuovo dare fiducia ad un gruppo che offre certezze, non avventure, come Prodi oggi ispira.
 

Via Quaranta Milano, e la nostra Costituzione.
Tutti ora si scandalizzano, polemizzano su di una scuola islamica, nata ben quattordici anni fa. Una scuola che predica l'odio, che applaude alle bombe, come noi ai fuochi d'artificio. Le Leggi italiane vanno rispettate: la nostra Costituzione è rivolta ai cittadini italiani: chi vuol vivere, studiare. lavorare in Italia dve accettarle. Anche se questo può a volte eesere in contrasto con quanto proclama l'Islam!

Una parola sulla Germania, un paese ora senza centro.
Le elezioni tedesche hanno messo in crisi il concetto di centro: la CDU e l'SPD si sono spinti sempre più in direzioni opposte, perdendo quel rapporto di mediazione prima esistente, e rendendo sempre più difficile una inevitabile e necessaria grande coalizione. Una troppo debole, Angela Merkel, uno troppo consumato, Gerard Schröder. Voto poco piacevole anche per l'Europa, peggiore del "no" francese alla Costituzione europea, che crea nel paese centrale dell'Europa un'aera di ingovernibilità.

3 Ottobre 2005: inizio dei negoziati con la Turchia per il suo ingresso nell'Unione Europea.
Commento: !!!???
Risultati: ???!!!

Ritorno alla "liretta"?

di Giuseppe Ceresa

Si dice che i veri pazzi non siano in manicomio, ma che pericolosamente girino fuori. Così il "senatur" Bossi ed i suoi fedelissimi Maroni (conosciuto pure come rompi Marroni...) e Calderoli, colpiti dal primo solleone estivo, confortati dall'esito
in chiave antieuropea delle votazioni tenutesi in Francia ed in Olanda, hanno detto che in Italia tutto va male per colpa del famigerato EURO, dimenticandosi che pure loro fanno parte di un governo, che ha sempre sostenuto la moneta unica
europea. Certo riempie di più la bocca, ed il portafoglio, dire "ho in tasca un milione di lire" invece dire " ho in tasca cinquecento euro"! Non bisogna però dimenticare i risultati positivi che ha l'euro al suo attivo.
 

La moneta europea è stabile, la lira invece era come un elettrocardiogramma, gli interessi passivi dello stato, grazie alla libera circolazione dei capitali, si sono dimezzati con enorme beneficio per il bilancio dello stato, e con maggiori possibilità di investimenti. È pure vero che i prezzi al minuto sono aumentati, a volte duplicati, ma questo grazie ai pochi controlli iniziali, oltre che alla tradizionale "furbizia" degli italiani. Tuttavia non è vero che tutto costi di più: per esempio viaggiare all'estero costa molto di meno, inoltre non occorre più il diploma di ragioniere per calcolare, mentre prendiamo un caffé a Parigi quanto realmente costi. E se si tornasse indietro?
 

Alle vecchie lire, che molti hanno conservato sotto il materasso? La parola CAOS sarebbe un eufemismo: inflazione, disoccupazione, miseria generalizzata sarebbero i primi risultati negativi. Un atavico vecchio amore per l'ormai superata lira non deve ora impedire un realistico amore per l'euro. Non esistono altre possibilità! Lasciamo pure perdere le considerazioni politiche sull'Unione Europea. Pensiamo con le nostre tasche, pensiamo da italiani. La possibilità per sopravvivere e migliorare è marciare con l'EURO, non ritornare alla LIRA!
Giuseppe Ceresa

Il nuovo governo Berlusconi.
Brevi considerazioni.
di Giuseppe Ceresa

Il nuovo governo Berlusconi.
Brevi considerazioni.
-governo estivo;
-governo d'attesa;
-governo anticamera di un partito unico del centro-destra italiano;
-governo come quello dei cento giorni napoleonici, dall'Elba a Waterloo;
-governo sempre più "nordico" alla faccia delle promesse di meridionalizzarlo;
-governo dove tutti contano e nessuno conta ( a parte la Lega...);
-governo che deve dare fiato al respiro pesante delle famiglie italiane;
-governo dalla politica estera degna della grande Roma;
-governo che vincerà le prossime votazioni grazie alla chiarezza ed alle promesse mantenute;
-governo di cui il prossimo anno il popolo italiano deciderà la sorte: o il due di picche o l'asse di quadri!
Speriamo che non arrivi l'asse di bastoni...
 

Giuseppe Ceresa

Caro Fassino, si candidi alle primarie.

Negli altri paesi i politici arrivano a comandare

dopo essersi guadagnati la leadership.

Caro Fassino, ci sono dei gesti che valgono una intera vita politica, che danno un senso a tutte le passioni e a tutte le ragioni disperse nelle fatiche quotidiane della vita di partito, gesti di valore nazionale e riformatore: si presenti alle primarie del centrosinistra, nel prossimo mese di maggio, e avrà compiuto uno di questi gesti. Le diranno che così facendo distrugge la coalizione costruita intorno a Romano Prodi, che mette l'orgoglio di partito o l'ambizione di potere davanti allo spirito dell'Ulivone o della federazione riformista o della grande alleanza, che la sua candidatura porterà alla vittoria Silvio Berlusconi nel 2006, ma lei avrà molti argomenti per replicare. Alla fine si dovranno candidare anche gli altri e chi vincerà le primarie sarà finalmente il leader riconosciuto del centro-sinistra e dell'opposizione.
 

Nel centrodestra non si fanno le primarie, ma comanda chi ha più voti. Da dieci anni, alle elezioni parlamentari, Berlusconi ha circa tre volte i voti del secondo partito della coalizione. In nome di questo dato, rivendica il suo primato. In nome di questo dato, il primato gli viene alla fine sempre riconosciuto. Nel centrosinistra da dieci anni non si sa chi comandi e chi sia autorizzato a guidare il Paese in base a un programma legittimo. Vi unite e vi dividete in una eterna giostra, una volta con e una volta senza Rifondazione, una volta con Prodi e una volta senza e contro Prodi, sempre inseguiti dai girotondi, dal ceto medio riflessivo, dal mito dell'unità popolare e della società civile, che poi sono le bandiere antipolitiche e antipartito alzate da molte mani nel vostro recinto politico.
 

Alla fine tra di voi nessuno ha l'ultima parola, perché tutto è affidato a un negoziato certosino, estenuante, ma senza contenuto. Ne risulta un clima di sospetti, di esasperazioni incrociate: Prodi non si fida dei partiti, i partiti non si fidano di Prodi, Fausto Bertinotti fa lo sgambetto a chiunque, i piccoli movimenti fissano il prezzo del pedaggio, vi tocca rincorrere Clemente Mastella, Antonio Di Pietro, Oliviero Diliberto, incollare ogni giorno di nuovo i cocci fatti il giorno prima. E i vostri elettori soffrono, si disamorano di quella che percepiscono come un'oligarchia impotente, e quando trovate in apparenza la soluzione, come con la lista unica del triciclo alle elezioni europee, dovete poi accorgervi che i voti dell'unità popolare sono inferiori a quelli presi dai partiti.

Le primarie di Puglia hanno cambiato questo quadro letale. Si è appreso che le primarie piacciono, che una parte significativa dell'elettorato partecipa volentieri e sceglie liberamente, che sono facili da organizzare e si autofinanziano con la modesta imposta politica di un euro a persona. Le primarie non sono un problema, risolvono i problemi. Non sono la lagnosa «camera di consultazione» dei professori in cerca di politica da una vita, non sono il tetro e inconcludente girotondo moralista degli antipartito, non sono la piazza di Sergio Cofferati con la sua retorica del no massimalista, sono la fine delle consorterie esterne, del lobbismo mediatico senza responsabilità della Repubblica, della mobilitazione permanente e demagogica, sono la conta e la decisione, la democrazia e la legittimazione. Sono la premessa della Terza repubblica, di una transizione compiuta e solida dal proporzionale al maggioritario.

Tutti i leader occidentali comandano perché hanno vinto in un modo o nell'altro le primarie. In America si sa. Ma anche in Gran Bretagna, in Germania, in Francia e in Spagna si è primi ministri perché si è vinta la battaglia nei partiti di maggioranza, è quella l'elezione primaria all'europea. Solo nel centrosinistra italiano, dove al partito maggiore di derivazione comunista sono attribuiti tutti i doveri e nessun diritto, è prevalso questo schema surreale: una coalizione di partiti in cui tutti contano allo stesso modo a prescindere dalla forza che rappresentano e tutti si mettono d'accordo o fingono di mettersi d'accordo per delegare il potere di rappresentarli a uno che sarebbe sopra le parti, a una specie di segretario generale dell'Onu sempre in riunione con il suo Consiglio di sicurezza, sempre pronto a mettere o a subire i veti dei membri permanenti e anche degli avventizi. Dai veti ai voti, non è una bella parola d'ordine? Non è efficace? Non è risolutiva?

Il Manifesto e la vignetta

“ morire per denaro – Banconote a mezz’asta.”

Quando riguardava altri.

Cari compagni del Manifesto,
in questi mesi per ovvi motivi siete stati sulla "cresta dell'onda", nel senso che eravate giustamente sulle prime pagine di giornali e telegiornali, dibattiti e quant'altro per il rapimento della Vostra giornalista Sgrena. L'Italia intera si è mobilitata per Giuliana, come aveva fatto poi per le due Simone, e così voi ne eravate in prima linea; a parte la questione del fuoco americana, il governo italiano si è ben prodigato nel recupero di questa sua strenua avversaria (con o senza riscatti non mi importa) e così voi avete lealmente riconosciuto la dedizione di uomini come Gianni Letta, che oltre ogni ideologia, si sono impegnati per salvare la vita di una loro connazionale.
 

Mi duole, però, tornare a pensare a circa un anno fa, ai tempi del sequestro di Agliana, Stefio, Cupertino e del povero Quattrocchi; mi duole dover ripensare a quella abominevole vignetta di Vauro, (il giorno dopo l’assassinio di Quattrocchi, mostrava un dollaro penzolante da un pennone e, sotto il titolo “morire per denaro”, inseriva la battuta: “Banconote a mezz’asta”) ai vostri articoli al riguardo...mi duole veramente tanto.
Forse che per voi questi poveri disgraziati, mercenari come li chiamavate non erano degni di essere salvati?

E' bene che oggi, tra i festeggiamenti e il dolore per la scomparsa di Calipari, voi facciate luce anche su questi vostri atteggiamenti e prese di posizione; non vi si chiede un cambiamento di opinione, ma il riconoscere come a volte l'ideologia può veramente porre un velo di fronte agli occhi e vanificare quell'uguaglianza delle persone che voi tanto professate. Vi siete arrabbiati, torno ancora alle vignette dell'ottimo Vauro, perchè i terroristi han rapito proprio Giuliana: pacifista, comunista, terzomondista...forse che i bodyguards italiani meritavano invece il rapimento? Cosa significa dire ai terroristi che si sono sbagliati nel rapire Giuliana o le Simone?
 

Che forse se rapiscono Agliana e gli altri tre non si sbagliano, ma anzi fanno bene perchè se la meritano e se la sono cercata? Perchè forse anche Giuliana un po' non se l'è cercata con un eccesso di imprudenza? Non lo so cari compagni, sono pensieri che in questa bella mattinata di fine inverno mi saltano alla mente; a volte mi arrabbio, a volte vorrei capire di più. Oggi, però vi chiedo lealtà: da comunisti quali siete siate leali e onesti, chiarite cosa significava per voi il rapimento di Agliana e degli altri mercenari (come li avete voi chiamati) e cosa invece quello di Giuliana e delle due Simone. E se i primi per voi se lo meritavano, bè abbiate almeno la lealtà e sincerità di dirlo più apertamente!

La squadra completa del Berlusconi bis:

26 ministri, 9 viceministri, 63 sottosegretari.

BERLUSCONI: ELEZIONI POLITICHE INTORNO META' MAGGIO 2006.

Presidenza del Consiglio:
- Presidente:
Silvio Berlusconi
- Vicepresidenti del Consiglio:
Gianfranco Fini, Giulio Tremonti.
- Sottosegretari:
Paolo Bonaiuti e Gianni Letta.
Ministri senza portafoglio:
- Riforme istituzionali e devoluzione:
Roberto Calderoli.
- Politiche Comunitarie:
Giorgio La Malfa.
- Attuazione del programma di governo:
Stefano Caldoro.
- Funzione Pubblica:
Mario Baccini.
- Affari Regionali:
Enrico La Loggia.
- Rapporti con il Parlamento:
Carlo Giovanardi.
- Innovazione e Tecnologie:
Lucio Stanca.
- Pari Opportunità:
Stefania Prestigiacomo.
- Italiani nel Mondo:
Mirko Tremaglia.
- Sviluppo e coesione territoriale:
Gianfranco Miccichè.

Ministri con portafoglio:
- Affari Esteri:
Gianfranco Fini.
- Interno:
Giuseppe Pisanu.
- Giustizia:
Roberto Castelli.
- Economia e Finanze:
Domenico Siniscalco.
- Attività Produttive:
Claudio Scajola.
- Istruzione, Università e Ricerca:
Letizia Moratti.
- Lavoro e Politiche Sociali:
Roberto Maroni.
- Difesa:
Antonio Martino.
- Politiche Agricole e Forestali:
Giovanni Alemanno.
- Ambiente e Tutela del territorio:
Altero Matteoli.
- Infrastrutture e Trasporti:
Pietro Lunardi.
- Salute:
Francesco Storace.
- Beni Culturali:
Rocco Buttiglione.
- Comunicazioni:
Mario Landolfi

Tremonti, neo vicepremier, e Storace, sostituto di Sirchia, appena nominati avanzano due proposte che fanno rumore. Ma non dovevano star zitti, rimboccarsi le maniche e operosamente mettersi al lavoro?
E invece che ti capita: che mentre Silvio Berlusconi passa l'intero ponte del 25 aprile per limare la squadra dei viceministri e dei sottosegretari ed il programma con il quale si presenterà a Montecitorio per chiedere la fiducia, ecco che Giulio Tremonti e Francesco Storace forniscono alcune illuminanti anticipazioni del loro, di programma.
 

TREMONTI E LE SPIAGGE
Il neo vicepremier, ex ministro dell'Economia, ha una ricetta per il Sud: «Venderei con concessioni di cento anni tutte le spiagge. Con il ricavato finanzierei piani di turismo nel Mezzogiorno ».
Scontata la protesta della sinistra e degli ambientalisti: «Vendere le spiagge? Uno scempio»; ma forse bisognerebbe ricordare a qualche anima bella che la maggior parte delle spiagge a Sud di Roma, ma anche a Nord, sono già ampiamente privatizzate, con ombrelloni e palafitte fino in mezzo al mare e concessioni fantasma, il tutto sotto l'occhio compiacente di assessori di destra e sinistra. Il vero punto debole della proposta tremontiana è proprio questo: in una situazione del genere l'idea può suonare come l'ennesimo «liberi tutti», un nuovo preannuncio di condono, se non come la classica vendita del Colosseo.
 

STORACE CONTRO IL SALUTISMO DI CARTA
Quanto a Storace, il neoministro della Salute dice «basta agli eccessi di salutismo». Dichiarando di essersi ispirato a un editoriale sulla Stampa di Barbara Spinelli, che attacca da sinistra «il mito della società terapeutica», ovvero lo Stato che pretende di imporre stili di vita e che tratta i cittadini come dei «discoli, dei minorenni da riabilitare». C'è intanto un errore di metodo nella esternazione di Storace: un ministro non si fa suggestionare dalle osservazioni di un giornalista; soprattutto non lo dice. Ne tiene conto, ne fa tesoro, ma si presume che abbia una propria linea. Quanto al merito, Storace critica garbatamente i divieti imposti dal suo predecessore Girolamo Sirchia al fumo nei locali e uffici pubblici e privati, e la battaglia per una più corretta alimentazione. Il nuovo ministro vorrebbe più spazi per i fumatori, più libertà per i consumatori: «Non può essere questa la missione del ministero».
 

Discorso importante, a prenderlo alla lettera. Perché Storace non può certo ignorare due cose: prima, che con la gestione sanitaria attribuita alle regioni, il ministero non può che fare opera di orientamento e controllo; secondo, che le malattie si curano in primo luogo con la prevenzione.

IL VEZZO DELLA PAROLA
Anche in questo caso ad essere maliziosi traspare una certa tendenza ad accontentare: i fumatori, certo, ma anche i proprietari bar e ristoranti, nonché le onnipresenti lobby del tabacco, che si sono lamentate assai. Ma probabilmente sia nel caso di Tremonti sia nel caso di Storace più che segnali elettorali a questa e quella corporazione (segnali il più delle volte inutili, come si è visto alle Regionali), è meglio cercare un vizio, o un vezzo, meno dietrologico ma a quanto pare più insopprimibile: quello di aprire bocca e parlare.

I magistrati che contestano la riforma della giustizia

continuano a ritenersi degli intoccabili. Una stonatura:
non abbiamo sentito autocritiche, esami di coscienza.

 

 

I magistrati hanno criticato la legge del governo sulla riforma della giustizia e si sono compiaciuti della decisione di Carlo Azeglio Ciampi di rimandare alle Camere con una serie di rilievi su alcuni punti (quattro) che sarebbero incostituzionali. Non abbiamo sentito autocritiche, esami di coscienza. Non abbiamo assistito a un dibattito fra magistrati su ciò che è accaduto nei palazzi di giustizia della Penisola dopo l'arresto di un «mariuolo» a Milano nel febbraio del 1992 che aprì la strada a “mani pulite”. Nella loro grande maggioranza i magistrati continuano a discutere dei loro problemi come se non avessero alcuna responsabilità. Non è così, naturalmente. I procuratori si sono appropriati di un ruolo pubblico. Hanno messo in scena, contro il governo, piccoli pronunciamenti televisivi. Hanno attribuito a se stessi una missione nazionale. Hanno intrattenuto con la stampa un rapporto anomalo. Hanno alimentato con articoli, libri e indiscrezioni il culto della loro personalità. Hanno invocato l'obbligatorietà dell'azione penale senza mai ammettere che essa garantiva, di fatto, la discrezionalità delle loro scelte.

Si considerano un potere dello Stato, ma non hanno esitato a servirsi dello sciopero, vale a dire dello strumento a cui ricorrono i lavoratori dipendenti. Sono organizzati in associazioni sindacali che hanno talora una forte connotazione ideologica. Hanno usato il Consiglio superiore della magistratura come una cittadella in cui questi comportamenti potevano contare sulla protezione dell'ordine. Hanno pagato per le loro marachelle disciplinari, ma non sono stati redarguiti e puniti per le loro missioni fallite e il sovraccarico ideologico con cui hanno esercitato le loro funzioni. Hanno insomma la pretesa irragionevole di essere contemporaneamente intoccabili sacerdoti del diritto e lobby corporativa con una forte coloritura politica.
 

Conosciamo le ragioni che hanno permesso ai magistrati di tacere. Il conflitto d'interessi del presidente del Consiglio ha reso meno credibili e autorevoli le posizioni del governo sulla magistratura. Il crescendo delle leggi ad personam (fra cui particolarmente inquietante e sorprendente quella recente sulla riduzione dei termini di prescrizione) ha garantito alla magistratura una larga zona di simpatia e consenso. L'opposizione sa che il sistema politico non può resistere alla crescita ipertrofica di una delle sue componenti, ma ha lasciato correre nella speranza che i procuratori la aiutassero a sconfiggere il governo.
Nessuna di queste ragioni, tuttavia, giustifica il silenzio della magistratura.
 

Mentre posso comprendere le personali ambizioni di alcuni procuratori che nel corso di una grave crisi dello Stato italiano hanno coltivato la speranza di conferire a se stessi una più alta funzione nazionale, non riesco a comprendere la mancanza di un pubblico dibattito all'interno della magistratura sulle sue responsabilità negli avvenimenti italiani degli ultimi 12 anni. Può essere questo il comportamento di una carriera da cui dipendono l'amministrazione della giustizia e il buon funzionamento di uno stato di diritto? Non basta. Credo che anche i partiti d'opposizione dovrebbero riconoscere con maggiore franchezza che l'Italia ha corso il rischio, per qualche tempo, di trasformarsi in una democrazia popolare giudiziaria. Se lo ammetteranno esplicitamente e proporranno le loro riforme, anche i magistrati saranno costretti a uscire dal loro silenzio. E avremo alla fine una riforma utile per il Paese.

Il senatore a vita Mario Luzi, commentando l'aggressione a Silvio Berlusconi:

 “ Non facciamola troppo lunga. Il premier è molto bravo a fare la vittima".

Giustifichiamo la violenza? Il nostro commento.

 

 

"Io lo condanno, ma non facciamola troppo lunga", ha detto nell'intervista Luzi, più volte vicino al Nobel e neo senatore a vita, commentando l’operato dell'operaio edile che ha lanciato un treppiede a Berlusconi in un'affollata piazza Navona la sera di Capodanno. "Il premier è molto bravo a fare la vittima", ha aggiunto il poeta, ricordando poi l'attentato a Mussolini, sfiorato da un proiettile nel 1926. "Anche Mussolini - ha detto Luzi - si mise un cerotto. Sul naso. Era stato colpito da un proiettile. Fu nel 1926. Mussolini era uscito da Palazzo Chigi e un turista gli sparò con la pistola. L'attentatrice era una signorina irlandese, Violet Gibson". "Per certi aspetti - ha osservato il poeta, facendo riferimento all'attuale premier e al dittatore fascista - si somigliano". "Io credo che in questo clima che anche Berlusconi contribuisce ad esasperare, prima o poi accadono certi episodi ... Io chiuderei qui la vicenda. Tenendo però a mente un particolare importante. Mi riferisco al fatto che Mussolini speculò sul colpo ricevuto"

Giustificare una aggressione è, a nostro avviso, qualcosa di inconcepibile. Se poi a farlo è un senatore a vita allora la cosa ha dell’incredibile. A maggior ragione se l’aggressione è contro il presidente del consiglio. Qui si tenta di giustificare le aggressioni contro i tutori dello stato, e quindi contro i tutori della legge. Qui si giustifica l’aggressione al padre, al maestro, al sacerdote, alla madre, alla società. Qui si giustifica la violenza, la violenza contro la società, contro l’ordine sociale che tutti noi ci siamo dato. E a farlo è uno che noi abbiamo nominato senatore a vita. E' inammissibile che il senatore a vita Mario Luzi, nominato perché avrebbe illustrato la patria per altissimi meriti possa arrivare a giustificare un'aggressione contro il presidente del Consiglio.
 

Cosa racconterà adesso l’insegnante al bambino che ha appena menato un suo compagno? Se esistesse l'istituto della revoca della nomina a senatore a vita andrebbe senza dubbio esercitato. Il fatto che Luzi sia un significativo poeta e che sia stato nominato senatore a vita non gli consente di poter sostenere, senza essere contestato, l'equiparazione tra Berlusconi e Mussolini e che il premier un po' se l'è cercata a proposito dell'episodio di violenza avvenuto a Piazza Navona. Certo, adesso Berlusconi va in giro unicamente per farsi massacrare. E poi affermare che Mussolini speculò sul fatto che gli avevano sparato si tratta di una frase indegna che esprime una intollerabile faziosità. Qui si scherza con i paragoni storici, con i colpi di pistola, con gli attentati: proprio da irresponsabile. Vorremmo proprio vedere Luzi fare ancora lo spiritoso dopo un attentato.
 

“Il senatore Luzi non perde occasione per gettare fango sulle istituzioni e per giustificare i violenti. Ormai è ossessionato dal ventennio e utilizza ogni argomento per tirare in ballo il fascismo e Mussolini.” “ Non può esistere alcuna giustificazione all'uso dell'odio e della violenza in una società civile. Rammento per il bene di tutti che, a partire da motivi di comprensione o tentativi giustificativi, iniziò trent'anni fa il movimento delle Brigate Rosse'' è il commento di molti. Vogliamo ricordare che Luzi ha 90 anni. Certo che la gente ormai, pur di andare in prima pagina, pur di far parlare, pur di andare in televisione, spara a zero su tutti quei principi che i nostri padri ci hanno inculcato e che tutti noi tentiamo di mantenere in vita per un vivere tranquillo e sereno in società.
 

Berlusconi contuso per lancio di treppiede

da parte di giovane. Berlusconi chiama

aggressore: non ci saranno denunce.

 

 

Il primo ministro Silvio Berlusconi è rimasto leggermente ferito ieri sera quando un turista gli ha lanciato contro il treppiede di una videocamera nell'affollata piazza Navona, a Roma. Berlusconi è stato colpito dietro l'orecchio durante una improvvisata passeggiata nel centro della capitale subito dopo il tramonto. Berlusconi è rimasto contuso. Alcuni media hanno riferito che l'assalitore è un muratore 28enne originario di Mantova, Dal Bosco Roberto, a Roma per i festeggiamenti del capodanno, che avrebbe agito per odio verso il premier. "L'ho fatto perché lo odio", avrebbe detto agli inquirenti l'aggressore, che è stato poi arrestato. Il portavoce di Berlusconi Paolo Bonaiuti ha detto che "il primo ministro è rattristato, profondamente rattristato".
 

Sandro Bondi, portavoce di Forza Itali, ha detto che i partiti dell'opposizione hanno una qualche responsabilità per l'attacco per avere creato un'atmosfera di odio in Italia. "Questo è un frutto prevedibile di una certa cultura in base a cui... i politici sistematicamente incitano all'odio", ha detto Bondi.
'Va tutto bene... tutto bene', ha detto Berlusconi mentre usciva da Palazzo Grazioli, accompagnando le parole con il pollice destro alzato.
 

Il premier, che aveva un vistoso cerotto dietro l'orecchio destro, ha lasciato la sua residenza romana riprendendo il programma che aveva dovuto interrompere bruscamente dopo l'aggressione di piazza Navona. Ad attendere il presidente del Consiglio, non c'erano solo i giornalisti ma anche diverse centinaia di persone. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi oggi ha telefonato a Roberto Dal Bosco, il giovane che lo ha aggredito in piazza Navona, assicurandogli che non sporgerà denuncia nei suoi confronti. Lo riferiscono fonti vicine al premier.

Il capo del governo e Dal Bosco, muratore 28enne di Marmirolo (Mantova), hanno avuto una conversazione serena, hanno detto le fonti. Berlusconi ha deciso di telefonare, secondo quanto riferito, subito dopo avere ricevuto la lettera di scuse del muratore, che ha aggredito con il treppiede della macchina fotografica il premier - provocandogli delle escoriazioni - mentre si trovava a Roma la sera di Capodanno. "Sono Dal Bosco Roberto, quello che in un momento di deprecabile euforia che mi ha portato a un'esibizione clamorosa, le ha causato una ferita di cui non riesco a perdonarmi e di cui sono sinceramente pentito", è scritto nella lettera, diffusa successivamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
 

"Sono dispiaciuto soprattutto perché il mio inqualificabile gesto e le mie parole sconsiderate hanno manifestato sentimenti di odio che non mi appartengono". "Mi creda - continua il giovane aggressore pentito - sono addolorato tantissimo, la mia famiglia è angosciata e vede crollare le consolidate certezze di essere una famiglia perbene. Sono molto pentito e so che la sua fede cattolica mi perdonerà. A questi suoi sentimenti mi affido nella speranza di non restare deluso". Durante la telefonata col premier, oggi Dal Bosco ha passato la madre al premier, che l'ha rassicurata: "Signora, stia tranquilla. Non farò nessuna querela, nessuna denuncia, per me la vicenda è chiusa". Il premier ha quindi invitato il giovane aggressore a fargli visita nella Capitale.

Dal Bosco è tornato in libertà il giorno dopo l'aggressione, dopo che il gip ha deciso l'applicazione dell'obbligo di dimora e di firma quotidiana dai carabinieri presso il suo comune di residenza. L'episodio è presto diventato un caso politico, riaccendendo polemiche tra centrodestra e centrosinistra sul clima di "odio" creato, secondo diversi esponenti della maggioranza, dall'opposizione. I contrasti erano stati alimentati ieri dalla pubblicazione di un'intervista al poeta e senatore a vita Mario Luzi sul Messaggero, in cui si leggeva di un paragone tra il premier e Benito Mussolini, che nel 1926 non tardò a esibire un cerotto sul naso dopo essere stato lievemente ferito da un proiettile sparato da una turista.